Racconti
di Sveva
Rossella e Amedeo
Letteralmente sommersa…piena di lavoro, di compiti da correggere, di ripetizioni a casa mia, di mamme da ascoltare, assorbire le loro preoccupazioni per rincuorarle, accantonare i miei guai per risolvere in qualche modo le loro angosce…il futuro di quei ragazzini stava a cuore a me quanto a loro…tutti tremendi quando erano insieme, come cuccioli, tutti dolci e spauriti quando erano da soli…da temprare, plasmare, crescere come meglio si poteva…una missione a vita, la mia…e ci mettevo l’anima.
Mia madre e mia sorella mi aiutavano, mamma era stata una severissima insegnante di scuola media ai suoi tempi, e mia sorella Sara aveva appena finito l’università ed aveva una impostazione un po’ idealista di cio che significava prendere questi piccoli, capire dai loro sgrammaticati compiti cio che avevano dentro, leggere tra le righe dei loro manoscritti su quadernetti a volte con ditate di unto, paginette stropicciate…anno dopo anno vedere che ce la facevano, chi più chi meno, a inserirsi nella vita, a diventare grandi, incontrarli per strada mentre divenivano uomini e donne, accoglierli nella mia casa a volte insieme alle fidanzate e successivamente alle mogli, ai mariti…alcuni di loro coi loro figli piccolini in braccio…ero stata la loro maestra, la loro vice-mamma,…. e ne ero orgogliosa.
Poi, nella mia classe più scapestrata, arrivò un topino con una selva di capelli neri, un po’ spaurito, 8 anni, imbronciato… e ancora non sapeva né leggere né scrivere ma si faceva largo, cercava un posticino suo nella vita a gomitate…ogni tanto le bidelle lo prendevano su mia richiesta e lo ripulivano un pò, gli tagliavano le unghie, gli mettevano vestiti puliti, lo pettinavano…e Milo tornava in classe tutto bello profumato… era contento di assomigliare ai compagni, così sistemato si inseriva molto meglio…fino a quel giorno.
Pioveva a dirotto e per la prima volta non si era presentato in classe…un peccato davvero, visto che stavo riuscendo a stabilire un contatto tangibile tra me e lui…ritroso e impaurito, a volte…ma sentivo che Milo si stava fidando di me, ed era la prima volta che ci provava con qualcuno.
Qualcosa dentro mi aveva spinta quel mattino a mettere pantaloni robusti e stivali di gomma, un giaccone e un maglione pesante…mia madre e mia sorella mi avevano chiesto il motivo di quell’abbigliamento, visto che erano abituate a vedermi con vestiti classici e molto femminili…
Quando, entrando in classe iniziai l’appello, sentii dentro una specie di tensione, una strana voglia di uscire all’aperto, sotto un acquazzone spaventoso, e cercare Milo…il suo banco era deserto, la classe era al completo ma quel piccolo tavolino vuoto pareva una voragine…chiesi ai compagni se sapessero qualcosa di lui ma loro si guardarono e dissero…”noi non possiamo frequentare Milo fuori dalla scuola, signora maestra, le nostre mamme e i nostri papà non vogliono….” .
Ben presto compresi il motivo…era un Rom…uno zingarello…aveva 9 tra fratelli e sorelle, oltre a una caterva di zii, zie, una mamma… e un papà sempre dentro e fuori dalla prigione…vivevano in due roulottes diroccate in un campo-nomadi ai confini del quartiere…mi alzai dalla cattedra, afferrai l’ombrello e ci andai risoluta. Dovevo capire Milo, ed avrei iniziato dalla sua famiglia…un bidello che li conosceva mi accompagnò perché da sola non avrei potuto accedere all’accampamento, mi avrebbero bloccata subito gli uomini della comunità…arrivammo alle roulottes attraversando una specie di pantano scivoloso, masserizie, animali da cortile, una promiscuità totale… e uno sciame di bambini bellissimi ma sporchi e laceri ci corsero incontro…più piccoli e più grandi di Milo…solo pochi istanti e udimmo alcuni comandi secchi dati a voce altissima in una lingua sconosciuta, il folto gruppo di bambini si dissolse e dal nulla venimmo circondati da uomini minacciosi, lo sguardo cattivo, ma non mi conoscevano…volevo sapere del “mio” bambino e avrei spaccato a testate una montagna per avere notizie…il risultato fu deludente…secondo loro Milo non aveva più bisogno della scuola, sapeva scrivere il suo nome e il suo cognome…Milo Stanislav Rudacevich…il resto non serviva a nulla, secondo loro, per cui potevo anche sloggiare, ed impicciarmi dei fatti miei…mi impuntai…quando vidi arrivare una donna anziana, sfatta dal tempo che passa, ma con uno sguardo fiero, severo, indossava abiti appariscenti, puliti apparentemente, monili d’oro vistosi, grandi e pesanti orecchini ai lobi delle orecchie.…due stupendi occhi, azzurri come il mare, e lunghissimi capelli candidi raccolti in una lunghissima treccia che le cadeva sul davanti…una sorta di regina…e al suo apparire ammutolirono tutti, quasi si inchinarono al suo cospetto e capii il motivo…era la persona più anziana dell’accampamento e per i Rom gli anziani sono meritevoli di rispetto assoluto…mi prese per mano e mi portò in una roulotte, in ordine, pulita, a terra tappeti, cuscini enormi, una scatola di sigari su un divano malconcio…chiuse la porta e con un italiano stentato mi disse…”per gli uomini di questo gruppo, l’istruzione, l’andare a scuola, non ha importanza…ma i miei occhi hanno visto la cattiveria e le mie orecchie hanno sentito parlare molto male di noi Rom…siamo cattolici, abbiamo rispetto, non imponiamo le nostre usanze agli altri…molti dei nostri uomini sono bravi forgiatori di rame, costruiscono con le loro mani vasellame, anfore…e le vendono…alcuni si, certo, ma molti vivono di espedienti, lei d’altronde conosce qualcuno che darebbe un lavoro in fabbrica a un Rom? No, nessuno lo farebbe…ma Milo è il mio 25° nipote, è nato lo stesso momento in cui mio marito moriva, con queste mani l’ho tirato fuori dal corpo di mia figlia, io stessa l’ho lavato e “segnato” come si usa qui…si chiama Milo come il mio uomo…un capo Rom esemplare, fiero, combattivo, ai nostri figli e alle loro famiglie non è mai mancato nulla di ciò che noi riteniamo necessario…ma ho visto una luce strana negli occhi di Milo…lui vuole la scuola, lui uscirà da questo accampamento a testa alta, lui non andrà via sempre con i carabinieri…Milo no.”
Tornai a casa diversa, quella sera…e Milo tornò a scuola,lui e un paio di cuginetti, finì le elementari brillantemente ,frequentò le scuole medie e studiò in una scuola professionale con il mio aiuto…ora è un bravo meccanico e lo vedo quando gli porto la mia auto da revisionare…con lui mi aiutò un bravo e affascinante insegnante di sostegno…un lavoro immane ma i due bambini di Milo, Maria e Boris, sono il risultato dei nostri sforzi e sono stupendi… hanno una bellissima mamma, anche lei Rom, ma vivono in un piccolo grazioso appartamento e ogni tanto io e Amedeo, l’insegnante di sostegno che nel frattempo è diventato mio marito , andiamo a trovarli, non avendo avuto figli nostri…e ora Maria e Boris ci chiamano “zia Rossa e zio Deo” e ci vogliono bene…ho appreso il secolare folklore dei Rom, siamo stati anche al loro matrimonio, una cerimonia stupenda e una festa infinitamente bella e pittoresca…Rom arrivarono da ogni parte d’Italia e dalla Romania, …la vecchia Rom è morta da tempo, la piccola Maria porta il suo nome…e quella grande fiera saggia signora Rom sarà nel nostro cuore per sempre.
Lorena e Mauro
Azzurrino, sale verso l’alto…seguo la sua scia con lo sguardo…il fumo lento e sottile della mia ennesima sigaretta…non ho voglia di smettere, fumare mi piace, fumo da quando avevo 17 anni, conosco i danni, conosco i costi, conosco la prevenzione…una volta ho buttato l’ultimo pacchetto in pattumiera e per 4 anni non ne ho toccate piu…poi ho ricominciato…solo una, solo due, solo tre…solo 20, non più di 20…mi controllo, non supero mai il pacchetto…ma non smetto, adoro fumare…mi piace il tutto, il gesto, la fiammella dell’accendino…mi piace respirarla e mi piace il fumo sfruttato che soffio lontano…mi piacciono i posacenere disseminati per casa…mi piace comprarle, scartare il pacchetto, sceglierne una, estrarla, posarla tra le labbra ed accenderla…mi piace e non mi va di smettere…ognuno si sceglie il suo suicidio……io, fumo.
Davanti a me solo un finestrone, fuori il caotico traffico della città, ma non ci faccio piu’ caso ormai…ci sono nata, in questa confusa bolgia. Alcuni la odiano e scappano in campagna, altri vanno nei paesini dell’hinterland…io ci ho provato ma soffrivo, io la adoro, la mia città…non la conosco tutta ma so che qualunque cosa mi serva, da qualche parte qui la troverei, mi da sicurezza… sono seduta su queste scale da almeno un’ora…scale fredde, non proprio asettiche, un posacenere a colonna vicino a me…pieno…dicono tanto dei fumatori, ti fanno sentire un assassino…e la città è piena di portacenere e mozziconi…la gente se ne sbatte della salute…in fondo si ammalano anche quelli che non fumano…
Dietro di me si apre la porta del reparto, l’infermiera mi chiama, posso rientrare,se mi va…ma ringraziandola rimango dove sono…devo pensare, non potrei farlo dentro, in quel reparto…quei letti, quei macchinari, quella stanza in fondo…quell’andirivieni di siringhe, medici, fialette, bottiglie di soluzioni saline o glicemiche per fleboclisi, saturimetri, ventilazione assistita…ormai uso termini medici…
Spengo la sigaretta e frugo nella borsa…ho sentito la suoneria del mio cell…forse un sms…eccolo…la mia borsa è sempre stracolma…pesantissima di cose che forse non uso mai ma che mi piace avere dietro…ci sono due messaggini, uno è di mia figlia…è preoccupata ma ha la mia filosofia…di qualsiasi cosa ci sia bisogno, qui c’è.
Ho un mal di testa lancinante, ma detesto le pillole per cui me lo tengo, io so sempre il motivo…ho ancora nel cervello lo squillo del telefono… nel cuore della notte…lo sento suonare e prima ancora di rispondere ho già i piedi nelle ciabatte e gli occhiali sul naso…qualcuno sta male e chi chiamano? Quella forte, quella che attacca le cose…quella che sa i termini medici…quella che non ha paura di saltare sull’ambulanza e correre all’ospedale a sirene spiegate…già…che accidenti ne sanno loro del mio “dopo”?…dove sono tutti il giorno dopo, quando torno a casa e ogni cosa mi torna in mente squarciandomi, dove sono tutti quando esplodo da sola e piango e prendo a calci tutto urlando con la faccia in un cuscino? Io arrivo, risolvo, consolo…il “poi” è solo mio…ma che brava Lorena…già.
Vabbè, entro altrimenti quella non la smette di frignare e tormentarsi le mani, ma soprattutto tormentare i medici…non è la prima volta, accidenti…me lo ha portato via due anni fa, sapeva dei suoi disturbi e dei suoi crolli … e non sa farvi fronte, ogni volta prima della Guardia Medica chiama me… e io che lo conosco da 30 anni e so come prenderlo, calmarlo, tenerlo fermo, corro, prendo la mia auto e vado a vedere quello che so già di trovare…un reparto rianimazione e Mauro disteso, pallido, sedato con dosi di Valium per endovena…ormai sono una esperta…
Ma è Mauro, era il mio tutto e io ero ogni cosa per lui…ha scelto lei infischiandosene…lo ha fatto sentire un giovanotto, bello, forte, da esibire, alto, muscoloso… e lui è scappato via per sentirselo dire ogni volta…eccola in fondo al reparto, una bionda esagerata, elegante, alta…il medico esce dalla stanza, la ignora e viene da me…conosco quell’espressione…la crisi è superata…presto lo porteranno giu’, in reparto.
Metto il cappotto su una sedia, infilo il camice asettico, le soprascarpe di cellophane verdi, la cuffia, la bionda mi allaccia dietro, mi guarda tremebonda e dice…”me lo saluti?”, …
Entro, mi avvicino a lui…lo guardo, mi guarda…chiude gli occhi…è lei che vuole nella vita, ma è me che vuole in questi momenti…e io ci sono sempre……………lui lo sa.
Cinzia e Sandro
Qua dentro fa un caldo allucinante, ti sembra quasi di sentire i pori che si aprono… gente frettolosa, curiosi, stupidi che fanno confronti, altri che si vantano… affari loro, francamente non me ne frega niente.
La mia testa si piega un po’ di lato, di qua e di la…come a cercare una giusta inquadratura dell’insieme.
Non ha voluto venire con me oggi…è stanca. Io ci vengo prima di tornare da lei…Cinzia lo sa e mi lascia fare. Sto una mezzora immobile a guardare poi me ne vado contento… a volte qualche amico o qualche parente mi accompagna ma preferisco venirci da solo.
La schiena ce l’ho a pezzi…mettermi a imbiancare…io…uno stimato professionista…non sono piu’ un ragazzino, 51 anni sono tanti…ma Cinzia ci tiene… abbiamo una stanza in piu’, andava messa in buono stato…e dovevamo farlo noi da soli…ed ogni desiderio della mia Cinzia, per me è un ordine… poi un sacco di soldi spesi per renderla adatta, ma non sono un problema, non sono quelli che ci mancano.
Ci mancava la serenità, il mio amore grande che piangeva, 11 anni meno di me… dopo vent’anni incontro per puro caso in centro un mio ex compagno d’armi…lui organizza una rimpatriata a casa sua…gli amici degli amici, la sorella di tizio e la moglie di caio… e la sorella della moglie di caio…Cinzia…una zazzera corta bionda, quasi a spazzola, un musino da coniglietto buffo…serissima ed impacciata…senza un filo di trucco…affogata in un golfone, azzurro come i suoi occhi…e una minigonna di jeans un po sfilacciata con una spruzzata di strass… sembrava una ragazzina…una ragazzina buffa di 30 anni.
Io piu riservato di lei…scapolo da sempre…piu’ occupato nel fare carriera che nel cercare la mia “mezza mela”… ma Cinzia……….Cinzia…………….Cinzia è Cinzia……Cinzia è un cielo pieno di nuvole, Cinzia è un sentiero ai lati di un bosco tranquillo, Cinzia significa tornare a casa e sentire puzza di bruciato dalla cucina perché lei è in salotto sul divano che tira su col naso leggendo un nuovo romanzo… e allora non mangi neppure tu, ti siedi di fianco a lei…con in mano un panino…e la accarezzi piano… Cinzia è giocare a fare il ragazzino per vederla ridere…Cinzia è ogni cosa…torni a casa con la voglia di spaccare tutto dalla rabbia per le controversie sul lavoro, poi chiudi la porta, ti giri, e a momenti inciampi nelle sue pantofole…disordinatissima…le guardi…sorridi …e passa tutto…
Poi Cinzia che sta male, Cinzia che la portano via con l’ambulanza, Cinzia che torna a casa e dopo due mesi sta male di nuovo…e poi…e poi… la mia mano si appoggia al vetro…cerco di sentire la temperatura al di là…di qua fa un caldo bestiale…il mio sguardo spazia ovunque …cartellini…pace…silenzio… 10 anni che siamo insieme…io e la mia Cinzia…io e la mia Gianburrasca…dopo 4 mesi le ho chiesto di sposarmi e quella ragazzina pestifera non si scompone di un millimetro…mi guarda e fa “ce ne hai messo del tempo eh???”.
Ecco, è quasi ora di andare…ho ancora la mano sul vetro…e all’improvviso sento una mano gentile sulla schiena…mi giro…la conosco quella mano piccola e gentile…Cinzia…si è svegliata e mi ha raggiunto…
“Mi è venuta carina Caterina, eh papy?”.
Barbara e Furio
Questa musica nelle orecchie, altissima, il mio lettore CD mi stordisce ma ne ho bisogno…James Taylor mette pace oppure tristezza, dipende dal pezzo e dal momento in cui la ascolti, questo paesaggio che scappa come me, questo treno veloce che mi porta via insieme a tutti i miei guai, lontano da tutto…dove non so, da chi neppure, solo lontano…
Scappo via da tutto, da te, da noi, da cio’ che siamo stati e da ciò che non voglio diventare…da un fuoco immenso che mi scioglieva durante ogni notte passata con te, da un gelo che si spandeva nella mia anima appena te ne andavi, mentre riposavo al tuo fianco, dalla solitudine del mio letto tutte le volte che allungavo un braccio illudendomi di trovarti, sapendo benissimo che ero sola, sempre sola…avevi sempre qualcuno da raggiungere, sempre un cellulare che suonava smorzando tutto in un attimo, parole e promesse, condividere un arcobaleno di sensazioni profonde e fantastiche… e ritrovarsi in un cielo spezzato in due…e rimaneva la mia attesa infinita .
Sopravvivere aspettandoti, vivere amandoti e morire tutte le volte che te ne vai … alla fine non godere neppure dei momenti solo nostri…dal primo sguardo iniziava un conto alla rovescia che mi faceva assaporare ogni bacio, ogni sussurro…centellinavo le tue attenzioni come un affamato assaggia appena il cibo quando finalmente glielo porgi…ma ha paura, lo mangia a briciole per paura che divorandolo lo uccida…sapevi bene che la mia porta era sempre aperta, la mia vita era diventata una spasmodica , lacerante attesa, rifiutare tutto e tutti nell’attesa, per un tiepido incessante…forse domani…evitare la tua zona, vederti sempre a casa mia, tra le mie rassicuranti e isolate mura…era pericoloso anche un bar e un aperitivo, per noi.
Mi trovavi arrabbiata, eccitata, tremante, felice…come un bambino che ogni volta rinasce e ricomincia ad imparare la vita, quando entravi dalla mia porta.
Sei stato e continueresti sempre ad essere aria, essenza pura e vitale, saresti morbida nuvola come letto, tiepido sole come coperta impalpabile, glaciale luna come lume da notte, delicate lucciole come sospiri … per scorgerti appena, per non vederti tutto insieme e per ricordarti … come la prima volta che si guarda il mare…che non si ferma mai dal momento che fu creato, piccole onde sulla battigia che lambiscono e divorano la spiaggia, che frustano implacabili gli scogli, che scavano, che mangiano, che consumano, e continueranno a farlo in eterno…e là, in fondo…un sole bianco nasce all’alba, sale alto come un faro accecante e inutile…poi, sempre alla stessa ora, annega di nuovo al suo posto, lentamente, illuminando la distesa fino a te…ispirando odi e sensibili estimatori…una scia tremolante di caldi colori che guarderesti all’infinito…cercando di capire dove sia la fine di quella distesa di acqua sempre in movimento, mare calmo e quieto oppure rabbioso e tempestoso…può calmarti o ucciderti…ma non puoi fare a meno di lui, prima o poi vai a rivederlo e riprovi le stesse emozioni.
Tu, mio mare calmo, …e io…rabbiosa onda che divora…chiedevi momenti e ti avrei dato la vita…davi attimi e ti chiedevo ore…sapendo bene che non le avrei avute mai… sentirmi morire ogni volta che mi accarezzavi il viso e mi dicevi…vado, a presto.
Decidere di colpo di riprendermi la mia vita e vedere sul tuo viso indifferenza mista a una voglia lacerante di urlare …no Barbara, rimani, continua a farmi da porto quieto, fino a stamane… svegliarmi e come al solito non trovarti…sentire il tuo profumo sulle lenzuola, vedere piccole infinitesime tracce di te in giro per casa.
Ma questa volta ho chiuso gli occhi…i miei sensori li ho spenti…il cuore in frantumi da ricucire altrove, dove tutto è sconosciuto, dove non avrei potuto riaverti e riperderti…
Il primo treno, quello che partiva prima degli altri, all’alba di una nuova me stessa…se solo riuscissi a sopravvivere senza te.
Bianca e Luigi
Mi siedo su questa panchina e aspetto…ci vorrà un’oretta… fa un freddo cane ma c’è il sole, non mi va di stare in casa da sola…quattro passi mi fanno bene…Stefano ha il terrore del dentista…grande e grosso e, come suo padre, appena dici “trapano” gli si accappona la pelle.
Mi stringo addosso il giaccone di piumino e chiudo un attimo gli occhi…a occhi chiusi guardo verso il basso, li socchiudo e vedo tre o quattro piccioni venirmi tra i piedi, forse c’è qualche briciola, chi lo sa…un bambino corre in bicicletta, una ragazza extracomunitaria dalla pelle scura gli urla di rallentare, forse la baby-sitter…
Dall’altra parte del vialetto una panchina vuota…tiro fuori le sigarette ….…mi tasto le tasche alla ricerca dell’accendino ma non lo trovo…un uomo si siede sulla panchina di fianco alla mia…mi osserva un attimo…ci mancava lo scemo di turno adesso…comunque non ho voglia di pensarci su e girandomi gli faccio cenno con la sigaretta in mano senza guardarlo troppo in viso…lui mi guarda serio, mi fissa insistente…poi mi chiede se puo’ accomodarsi vicino a me…oddio, ci siamo…c’è una panchina libera davanti, una libera di fianco…perché viene a sedersi proprio qua? Che bisogno c’è di mettersi accanto a me? Gli chiedo da accendere ma pare non ascoltarmi……Si alza, viene a sedersi sulla mia panchina ma non troppo vicino, fortunatamente…mi guarda ancora…mi sta mettendo in imbarazzo, ora, e che diamine…
“ Bianca………….ma sei proprio tu”?
La voce…sembra quella di…non è possibile…dopo 24 anni …..
Mi giro, lo pseudo-sconosciuto abbassa il bavero del cappotto, leva gli occhiali da sole…infiniti laghi blu. Curioso come affiori dal profondo questa definizione…la usavo sempre quando guardavo negli occhi il mio primo amore…Vincenzo…
Mi giro verso quell’uomo lentamente…lo guardo, sento le mani che mi tremano…Vincenzo, Vincenzo, Vincenzo…24 anni fa, io ne avevo solo 16, lui se non ricordo male tre o quattro in piu…innamorata persa…che ne sapevo io di certe cose? Mi ero buttata a capofitto in una storia importante, anche io volevo il ragazzo come le mie amiche…ero una ragazzina grassoccia e poco appetibile, almeno così malignamente mi definiva mio fratello Sandro…ma all’amico di Sandro piacevo…diceva che ero pulita e semplice come un fazzolettino appena lavato…bah, con tutte le frasi sdolcinate che leggevo sui fotoromanzi a quei tempi, essere definita un fazzoletto non era il massimo che potessi desiderare, ma chissà…e poi il vederci di nascosto in pineta…, il trovarlo davanti all’uscita da scuola, il timore di restare sola con lui, il mio lasciarmi sciogliere ai suoi baci… la sua voce suadente e alla fine troppo convincente…la mia voglia di provare, la sua insistenza, la mia inesperienza…e il suo viso che rideva, rideva, rideva crudele…invece di dirmi…sposami, Bianca…ha detto no, ha fatto un passo indietro, io sono tornata a casa e ho affrontato tutto da sola…mio fratello furibondo perché non volevo dire nulla, volevo quella piccola cosa che cresceva dentro di me, improvvisamente donna, volente o nolente…lo cercai ancora ma la sua risposta era sempre quella…non se la sentiva…per mesi…finchè seppi che era tornato a casa dei suoi giù al paese, in Sicilia…poi sposato, poi…tutta la prassi.
Ci giocavo alle bambole con il mio bambino, lo cambiavo, lo vestivo…la mamma mi aiutava a diventare adulta e responsabile…e la donna che era in me crebbe quella piccola creatura come meglio poteva…il tempo rattoppa…qualche strappo rimane ma si dimentica quasi tutto…ora guardo quello sconosciuto…perché di uno sconosciuto si è sempre trattato, e vedo da lontano arrivare Stefano…si avvicina, mi bacia sulla guancia…mi alzo, guardo lo sconosciuto e Stefano mi guarda con quegli sfacciati occhi azzurri profondi e infiniti come laghi…e mi chiede…”tutto bene, mamma”??
“Si Stefano, andiamo a casa…ho un po’ freddo…passiamo a prendere papà in ufficio poi magari ci facciamo una pizza, eh?”…anzi aspetta che lo chiamo così lo avvertiamo che siamo in zona…”
“ Pronto, Luigi? Si, il fifone è andato dal dentista a sistemare quel dente…” ora è qua con me….che dici se passiamo a prenderti e ci facciamo una pizza da Aroldo?…allora arriviamo, dieci minuti e siamo li…si sto bene, non preoccuparti…sono allegra, si…ciao Luigi!!”.
Mi sistemo il giaccone di piumino, metto nella borsa il cellulare, mi volto a guardare lo sconosciuto, lo fisso negli occhi, prendo sottobraccio Stefano, il mio ragazzone di 24 anni, ed insieme a lui mi avvio sorridendo all’uscita del Parco.
Junmei e Luca
Ha eliminato quasi tutte le pentole e ora l’ attrezzatissima cucina che era il vanto di mia madre è disseminata di setacci di legno, perché lei fa quasi tutto a vapore … ci abbiamo provato più di una volta a insegnarle il nostro modo di cucinare ma lei dice che è antiquato , superato…le ho fatto assaggiare le lasagne, a Natale…le ha mangiate per farmi contento ma vedevo il suo viso vagamente schifato…
Io mi sono adeguato non poco al suo modo di vivere…ho persino cambiato il letto, materasso di crine allucinante che le prime volte mi procurava un mal di schiena spaventoso, ha messo una specie di asse rigidissima senza testata, ha eliminato i cuscini di piuma …dice che nel suo paese si usa così e che fa bene alla salute e alla psiche…che c’entra la psiche con il letto duro lo sa solo lei…la mia Junmei.
Quando l’ho conosciuta, il suo appartamentino al Consolato Italiano a Pechino era a dir poco spartano…un materassino in terra, un tavolino e ciotoline, bacchette e quella misteriosa pentola Wok… una specie di catino nero antiaderente enorme dentro il quale cucinava di tutto con una velocità incredibile…
Era la segretaria ed interprete del Console Italiano…figlia di un Diplomatico e di una insegnante multilingue …logica la sua collocazione nel Consolato…Junmei parlava 5 lingue perfettamente ma secondo me era deliziosa quando parlava italiano…con una vocina suadente e una risata cristallina con la manina piccola sulla bocca ,ad ogni mia correzione sul lessico…che ogni volta ancora mi sciolgono…
Ancora ricordo il commento dei miei…”ti trasferisci dove? In Cina…non puoi lavorare in Italia? Com’è che si chiama…Junmei? E sarebbe? Non è traducibile?…ma santocielo, con tutte le donne che ci sono in Italia, questa ragazza cinese ti porta via, sei figlio unico, se vai a vivere a Pechino quando ti vediamo piu’? Come sarebbe a dire che ti vediamo in webcam tutte le volte che vogliamo? Dobbiamo vedere il nostro unico figlio dall’altra parte del mondo in un Computer tramite una pallina di plastica via-satellite sempre controllando il fuso orario? … Luca, ti preghiamo di pensarci bene, se tu dovessi avere delle difficoltà come possiamo aiutarti subito? Lo sappiamo, tuo padre ed io, che ormai hai 35 anni e sei adulto, che lavori con la Cina da 15 anni, ma questa ragazza cinese ha usi e costumi troppo diversi dai tuoi…lo sappiamo che ci si adatta, per amore, ma…………
Le mamme…avevo 35 anni e ancora mi teneva sotto l’ala come una chioccia col pulcino…ma non conoscevano Junmei, il suo faccino da bambola…23 anni ma sembrava una bambina…la mia piccola bambolina cinese…Junmei…la mia cinesina adorata che mi guardava con i suoi occhi a mandorla… che quando rideva si chiudevano in due fessure, i suoi capelli neri lucidissimi e lunghi, la sua vocina che quando diceva il mio nome trasformava un anonimo “Luca” in un nome stupendo…Junmei che mi ha sposato a Pechino all’Ambasciata con le sue amiche che sorridendo cospargevano il corridoio di petali freschi di fiori, mentre la mia cinesina arrivava sorridente nel suo costume tradizionale…lei si sarebbe vestita all’occidentale ma io avevo insistito tanto…la mia dolce piccola Junmei che mi ha regalato Yali, la mia bimba …deliziosa e terribile…
La mia bambina era già grandicella quando siamo tornati in Italia a conoscere i nonni…mia madre si mise a piangere mentre abbracciava la sua nipotina che la guardava serissima , forse chiedendosi cosa avesse da spartire con quella signora un po’ grassa che se la stava mangiando di baci…in quella casa grande … a lei interessava solo districarsi da quell’abbraccio per correre fuori in giardino a fare disastri nella serra di mio padre, che da quella peste si sarebbe da quel momento in poi fatto fare di tutto…dispetti e scherzi tremendi, sempre ridendo…
Per due anni stiamo qua, nella casa dei miei, prima di tornare in Cina…io, la mia piccolina di quasi 6 anni e la mia dolce incredibile determinata fantastica bambola di Pechino, …..Junmei.
Valeria e Leonardo
Da quando lo conosco mi segue….ovunque…da principio era un tormento, eravamo alle scuole elementari e persino quando giocavo con le amichette lui era li, protettivo, sorridente, una specie di appendice fissa al mio io…mia madre ci paragonava a una coppia comica dei fumetti di allora e ci chiamava “Ulisse e l’ombra”…facevo una festicciola a casa e lui era il primo della lista…ma anche se non lo invitavo lui si presentava sorridente, portando sempre qualcosa per me…una gita al fiume in estate? Il mio zaino con le provviste per 2 era sulle sue spalle…mi piaceva un ragazzo oppure avevo un filarino? Per un po’ spariva ma chiedeva di me alle mie conoscenze…aveva paura che soffrissi…sono una ragazzona robusta, sempre stata, ma per lui, magrolino e pallido, ero una piccola cosina da proteggere….lui voleva proteggere la “Vale” interna, quella timorosa e fondamentalmente timida…sapeva che quando ero chiacchierona ed esplosiva in compagnia, in realtà era una reazione a qualcosa di interno che volevo estrarre da sola…allora la sua presenza si intensificava, Leo c’era, sempre…quando persi mio fratello per un incidente, la prima a correre in ospedale fui io, per mano a Leo, e fu tra le sue braccia che piansi al funerale…quando al mare quasi annegai per colpa di una medusa che mi si era appiccicata al collo, fu Leo a precipitarsi in mio aiuto, e successivamente fece un corso di pronto soccorso insieme a me e accanto a me si prestò come volontario sulle ambulanze…sempre insieme.
Quando Leo partì per la naja e lo mandarono in Sardegna, iniziai a seguirlo io…ogni giorno gli mandavo o una cartolina, oppure pacchi di libri, riviste, magliette per il tempo libero, 2 macchinette fotografiche usa-getta…e, non so neanche il motivo, il mio ultimo invio fu…una boccetta del mio profumo….mi resi conto di ciò che avevo fatto solo mentre uscivo dall’Ufficio Postale…ero sbalordita…non lo trovavo stupido, volevo essere ricordata come donna…da Leo…non da altri ragazzi, ma dalla mia “ombra”.
La sua risposta scritta fu pressoché immediata e di poche sintetiche e significative parole…”ecco, Vale, finalmente hai capito”…ma capito cosa?…una fucilata, all’improvviso dentro di me si frantumò un muro…il mio Leo…come fossimo stati messi al mondo per stare insieme…l’avevo mandato al diavolo mille volte, ma lui rideva e non spariva mai…mi rispettava, aveva tanto tempo davanti e lo sapeva…il mio Leo…fin da quando mi allacciava le scarpe da piccola…a scuola mi passava i foglietti con le soluzioni dei compiti in classe…studiavo e poi lui mi telefonava e mi faceva domande improvvise inerenti l’argomento appena imparato sui libri…a suo modo mi interrogava…se facevo qualcosa di sbagliato mi guardava serissimo dicendomi “…stai facendo una cazzata, piantala Vale…sprechi tempo ed energie…”, ora Leo era su un aereo militare, in mezzo al deserto afghano, partito con il suo battaglione come volontario…con me comunicava ogni sera dalla postazione informatica …tramite Internet…mi raccontava tutto…ricognizioni, azioni di guerriglia, levatacce per le manovre…mi mandava fotografie scattate ai bambini del posto…fotografie improvvisate come piacevano a noi, gli occhioni un po’ spaventati e i faccini un po’ sporchi ma intensi di quei piccoli erano tutti sul muro della mia stanza…foto stupende…guardavo quei ritratti e vedevo Leo…lo avevo lasciato quando aveva un mare di capelli in testa, nerissimi, occhi verdi, fisico magrissimo…lungo e secco…ed ora eccomi qua, in aeroporto militare , ad aspettare il suo aereo che lo riporta in Italia…
Forse arriva, si……ma nella ventina di militari in divisa non distinguo Leo…mi sta venendo l’angoscia…dov’è?…E’ rimasto nel deserto? Non torna da me?…come una ondata calda mi arriva la sua voce, profonda e dolce…
“Vale…finalmente…abbracciami forte perché non ce la facevo più a starti lontano”…mi giro e lo vedo…ha la testa rasata, gli occhi che ridono ma sull’orlo delle lacrime, lo stringo forte e mi accorgo che faccio fatica ad abbracciarlo…wowww muscoli, e che muscoli…mi metto a ridere e ci baciamo…lui con un tonfo fa cadere lo zaino e mi solleva da terra…ridiamo come pazzi…eh si, il mio Leo si è irrobustito…ora siamo quasi uguali…ripiglia lo zaino da terra, mi prende per mano e ci avviamo verso casa, la nostra……quella che ho arredato da sola mandandogli via Internet le foto stanza per stanza…ora è pronta, ma sulla targhetta della porta non ho messo i nostri cognomi…ho messo ….Leo e Vale….ma questo, ancora, lui non lo sa.
Fulvia e Walter
Musica……nella mente nel cuore…fin da piccolina…di ogni genere, in casa sempre, in auto, ovunque CD o musicassette…
La adoro da sempre, non so vivere senza…ci sono cresciuta, prima quella classica educata da papà, grande appassionato, a quei tempi le autoradio erano ancora pochine…si cantava, in auto…andavamo in montagna d’estate, in Val Gardena…e lungo il tragitto in auto con i bagagli sul portapacchi, iniziava lui a intonare i canti di montagna, seguito come seconda voce da mamma e io imparavo…la volta dopo cantavamo io e lui…tra me e papà bastava una occhiata…la domenica mattina mi portava a sentire i concerti al Conservatorio, in casa i suoi dischi, gli amati e intoccabili L.P.
Ma si cresce, i gusti cambiano, si passa il tempo con le amiche e ci sono proposte diverse, per il tempo libero…si va a ballare in discoteca…ogni domenica pomeriggio, io Rossella, Anna, Marina e gli amici degli amici, non esisteva altro svago alternativo.
Le prime radio libere, e sempre musica…i primi concerti dal vivo, fino all’indimenticabile concerto a Milano di un fantastico, carismatico Bob Marley…
Ci penso spesso, a quel concerto…fu memorabile, ogni tanto ne parlo in giro, quasi tutti i miei coetanei lo ricordano…se c’eri lo ricordi come fosse ieri…tanti, un fiume umano che arrivava fin dalla Sicilia, tutti per ascoltarlo…
La schiena mi fa un male tremendo, oggi, mi metto comoda ma è difficile…ogni movimento è come una coltellata…meno male arriva Walter con le gocce…
Fu proprio a uno di quei concerti che lo conobbi, carino, timido…mi piaceva perché aveva la moto…bellissima, velocissima, le amiche mi invidiavano…avevo il ragazzo più bello della compagnia e per giunta con la motocicletta…
Mio padre la detestava, quella moto…ma non mi fermò neppure il giorno del matrimonio…all’uscita dalla chiesa era tutto pronto…tutti gli amici elegantissimi in sella alle moto…anche io e Walter…ciao a parenti e amici, un bacio soffiato a papà e mamma e via … in viaggio di nozze in moto, trasgressivo, divertentissimo…20 moto rombanti e io con il velo da sposa che sventolava da sotto il casco…un cerchietto d’oro all’anulare della mano sinistra…uno per me e uno per Walter.
Dopo 20 giorni di vagabondaggio, raccolte le nostre cose e radunato il gruppo, via di nuovo verso casa…
Suonano alla porta…ecco papà, mi fa compagnia lui adesso, Walter deve andare in ufficio…mi ha portato un po’ di cose sfiziosissime da mangiare…sa che le adoro…si abbassa e mi bacia piano…scambia qualche parola con mio marito e torna da me…Walter si avvicina , mi abbraccia e se ne va in ufficio.
Papà adora il nostro impianto stereofonico, mi chiede di poter sentire la musica classica e gli indico l’armadio in fondo alla stanza…è pieno di CD e vecchi dischi…sceglie Mozart…prevedibile, lo ama.
Aprendo l’armadio vede i vecchi poster appiccicati all’interno delle ante…le foto mie e di Walter in sella alla moto…con tutti gli altri attorno…la sua espressione e le braccia che cadono lungo i fianchi … sono parole pensate, le conosco ormai.
Tutti avevamo il casco, al ritorno dal mio viaggio di nozze…ma pioveva…e i TIR erano infiniti…un sorpasso, Walter pensava di farcela…ma il camionista era ubriaco…non ricordo altro…
Papà si avvicina, mi spinge verso la cucina, sa che a quest’ora mi piace bere il thè e me lo preparo io, Walter ha reso tutto più basso, in casa…tutto in modo da poter fare da sola il più possibile…papà da allora parla poco, viene ogni giorno, sta con me, almeno finchè non torna Walter…che non ha più usato una moto da allora…e che odia i camionisti con tutto se stesso… ma io sono serena…ho la musica…chiudo gli occhi…e il dolore alla schiena dovuto alle posizioni su questa sedia a rotelle … lo sento un po’ meno.