Le poesie di Massimo

    

L’ILLUSIONE SUPREMA

 

Non scrivere l’amore è questa  poesia,

non ricordare il sapore del tuo naso

appena partorito dalle mie labbra chiuse,

stentare per raggiungere quei seni

e sentire il battito nella vallata,

il grande cuore di una donna amata.

So, comunque, quanto piccolo sia il passo

per rivalicare la soglia del piacere,

accarezzarti, più volte, la bocca secca

e darle l’umido di un bacio o di una lingua,

nell’attesa che la stessa, dopo il gong,

nell’angolo più basso e caldo si spinga.

Scrivere la passione che sorge è questa poesia,

l’amore, lo sai, trae linfa dal desiderio,

nel groviglio delle pelli leviga le sue rughe

e si illude di tornare nel bocciolo primo.

E noi, senza questa illusione suprema,

saremmo volti anonimi ed erranti,

apolidi in cerca di terra che ci accolga,

orfani di un amore che, morto ormai,

si è reincarnato in noi due, amanti.

MATRICE

 

Ogni traccia di noi

è incisa nella matrice,

estroflessa ed introflessa,

in perpetua mutazione,

vergine e già puerpera,

fecondata

dal suo stesso pensiero.

 

ERA APPENA UN PUNTINO

 

Era appena un puntino,

un minuscolo granello,

sorprendeva persino

il foro dell’ombrello,

passava facilmente

attraverso ogni setaccio,

poco più di un niente,

in pratica, un poveraccio.

Abilmente mimetizzato

tra i muri di un ufficio,

stoicismo d’impiegato,

avvezzo al sacrificio.

Stava tra grandi massi,

formazioni di calcare,

ignorando dei Sargassi

l’esistenza del mare.

La lente spessa è barriera,

l’aria è mite, quasi ovina,

è l’ultimo, tarda sera,

a lasciare quella latrina.

Il tragitto è sempre uguale

per tornare al dolce nido,

e pur lo stesso è il rituale

che l’accoglie: un alto grido!

Il granello ha scordato,

non ha comprato il pane:

ah, tremendo, vile reato,

“è presto, rimedia, cane!”.

Pian piano la pioggia arriva,

l’ombrello ha un forellino,

quella spesa tardiva

è conciliante, un lenitivo.

Non è più un granello,

poco a poco diventa goccia,

la carne non è più fardello,

l’anima si bagna e sboccia.

E scivolando quatto

tra le fessure di un tombino,

scompare da quel ritratto,

da quel quadro piccino.

Basta grida, basta grigio,

basta improperi e teste chine,

libero scorre nel pomeriggio,

nelle sere, nelle mattine.

 

 

 

                                                   Una via

Sembra molto logico

seguire, comunque,

la via maestra,

il lungo rettifilo

che conduce alla meta;

ma l’anima, inquieta,

chissà quante volte,

scorgendo stradine

perdute, all’orizzonte

di un rosso confine,

chissà quante volte

si volta e si chiede

cos’è che non vede,

quei rami secondari

della via maestra,

quel profumo di ginestra

e zolfo rovente...

Cosa mai saprò

del nuovo cosmo,

totalmente ignaro

di ebbrezze divine

fin quando la mia fine

                                                         farà splendere la vita...

                                                                            

 

                                                Da sempre mia

 

Ti ho già cercato

negli angoli di rose,

nel nido delle rondini,

nel luccichio

della lacrima marina;

ti ho già immaginato

posata sulla mano,

nascosta tra le labbra,

azzurrata nei cieli estivi;

eri già mia sposa

all’origine dei giorni,

al primo calore umano,

sepolta radice bianca

di un’eterna affinità,

la prima meraviglia

della nuova infinità.

     La serra

Glaciale è l’inverno,

la vita restìa,

i semi in dolce attesa

di vera primavera,

un’ultima barriera

e poi i colori, fulgidi.

Ma non voglio aspettare

la fertile zolla;

l’assolato cielo è lontano,

l’odore pungente

evaso da una corolla

in un’estate fosforescente,

il lillà, l’acquamarina,

dissolti da corpi roventi.

Nella serra, il caldo sarcofago,

giace un sogno fuori stagione.

                                                                    

                                                                  Vi rivedrò                   

Il mio pensiero taciuto

sprofonda sempre più

tra i guanciali di ieri

e con l’orgoglio di un muto

lo nego anche a me:

ma quanta pena mi sveli

ragazzo incompiuto!

Tu, che tra viottoli e querce

snodavi il (lontano) sentiero,

ammantavi di brina gli occhi

e li incantavi di tenerezza,

rapito da voci bianche…

il tempo si è forse bloccato

in quel saluto prolungato,

sullo sfondo del finestrino?

Il futuro è vicino.

                          

                                                    Gomitolo

Protendo il mio amore

su alti rami, ma rame

si posa e lo cela.

Soffocato si svela

amore immaturo,

ma per questo, puro,

nudo di stanchezze,

perfetta sinfonia

di imperfette parole,

musica di latte,

candore, talco lieve;

con siffatte

leggerezze, vola e spola

fa tra cielo e cielo,

di terra ignora

compatti sali, coatte

simbiosi…vola, vola!

 

                                                                                                                          MASSIMO

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