Marianna e Lucio

 

Adoro viaggiare nella notte…la strada come un lungo nastro nero davanti a me…i fanali della mia auto illuminano quel tanto che basta…l’autoradio mi regala musica lenta…fa riflettere…

 

Solo, l’abitacolo sa ancora del suo profumo… ne ho le tracce nella testa, nel cuore e nell’anima…come ogni volta…, ho suonato al suo citofono e dopo pochi minuti la vedo uscire dal portoncino…già sorridente…aveva sul viso il regalo che preferisco, il suo sorriso sereno e  dolcissimo…e quell’aroma di magnolia, di fresco, di pulito, il lungo abito che le fluttuava addosso come un alito di vento, la figura armoniosa e sottile e la mano affusolata che apriva lo sportello…lo fa sempre…sale e riempie ogni cosa…la sua voce, i suoi occhi, le sue labbra, le sue movenze feline…i suoi capelli come fili di seta…le mie dita che cercano la sua nuca,la attiro a me e il resto sparisce…solo io e lei… il solito ristorante , il solito tavolino all’angolo  del locale…

 

Ci siamo conosciuti, in quel locale…ero in compagnia di un collega e l’ho notata subito…era sola, mangiava svogliata, il cameriere si faceva in quattro per accontentarla…ogni tanto tentennava nel piatto con la forchetta…e lo allontanava, negli occhi grandi un velo impalpabile di tristezza, come una nota di solitudine…il mio collega che mi parlava ma inutilmente…ero già suo, di Marianna, la guardai tutta la sera, finchè lei se ne accorse…e ricambiò il mio sguardo… io sfacciato le indicai il mio pacchetto di sigarette…disse si con lo sguardo…ci alzammo contemporaneamente e la ritrovai fuori, all’ingresso del locale.

 

Mi chiese da accendere…la fiammella dell’accendino tra le mie mani che si rifletteva nei suoi occhi…mentre aspirava la prima boccata di fumo mi guardò seria…inutili le parole…come ci conoscessimo da sempre…come il cibo che io avevo divorato e che lei aveva appena assaggiato  fosse solo un sostituto di ciò che realmente ci serviva…cacciare via il mio noioso e insipido collega, alzarmi e sedermi al suo fianco, levarle la forchetta dalle mani per tenerle tra le mie, ordinare al cameriere di mandare via tutti, se stesso compreso…e lasciarmi solo con Marianna…solo io e lei…come due naufraghi che si aggrappano a vicenda al compagno…lei fu da subito cio’ che mi serviva per vivere da protagonista la mia vita…solo lei che scandiva il mio tempo…le giornate che avevano il solo scopo di aspettare la sera per cercarla, per vederla…sentirmi vuoto e insulso…cercare  al citofono di casa sua una ragione valida, un motivo per continuare ad andare avanti…amore allo stato puro, lo chiamano…oppure colpo di fulmine…

 

Marianna che c’era sempre, Marianna che aspettava le mie telefonate, Marianna che mi mandava un semplice “smak” come sms ogni mattina…

 

Ossigeno per vivere, cibo per sopravvivere, acqua di sorgente per la mia gola arsa…e fiori, e parole, e pelle, e profumo, prenderla per mano ogni sera e trascinarla insieme a me dove nulla conta, dove i 5 sensi sono l’unica bussola per orientarci nel paradiso di sensazioni profonde che io e Marianna ci regalavamo ogni volta…l’ideale cercato per una vita intera…dolce e quasi materna tra le quattro mura domestiche, signora di classe in società e stupendamente femmina tra le mie braccia.

 

Anche prima…strana tutto il giorno…taciturna tutta la sera…fredda tra le mie braccia…persino le sue labbra avevano un sapore diverso, stasera… lo stesso profumo che mi inebria da sempre, stasera era anonimo, lei inconsciamente voleva tutto ciò, ha voluto in una manciata di minuti  portarmi via tutto,  i 5 sensi divennero solo uno…l’udito.

 

La sua voce profonda e calda  che mi diceva…………basta, Lucio.

                           

                                      Noemi e Dario

Carino ‘sto completino, intrigante, pizzo nero e fiori rossi ricamati sopra con perizoma…passo ogni tanto davanti a questo negozio e sono sempre tentato dall’entrare e prenderle qualcosa ma so già che mi guarderebbe arrabbiata…quasi offesa.

Quante volte vorrei comprarle queste cose poi mi cascano le braccia lungo i fianchi e desisto…al massimo un golfino morbido o una camicetta normalissima…lei non è più il tipo da indossare queste cose…

Lei non è più il tipo per molte cose…piacciono a me, vorrei guardarla mentre le indossa, levargliele dolcemente in certi momenti solo nostri e magari portarmeli dietro quando viaggio per lavoro…figuriamoci, Noemi mi ucciderebbe per certe trasgressioni…ogni mattina lava tutto e fa la doccia due volte…come se la mezz’ora di sesso che facciamo raramente dovesse essere lavata via e al più presto dimenticata, insieme al suo corpo peraltro immacolato…sembra ogni volta che non veda l’ora di finire di amarmi per andarsi a lavare…ma non è sempre stato così… quando l’ho conosciuta era spregiudicata, sempre allegra, simpaticissima…molte persone si sposano per i più svariati motivi, per amore, per soldi, per solitudine, per unire due famiglie con interessi in comune…io e Noemi ci eravamo sposati per allegria.

Rideva sempre, cantava felice a squarciagola quando la scarrozzavo in giro con il mio motorino, da ragazzi…era la sorella del mio migliore amico…io andavo a trovare Leo e la trovavo, sembrava una bambola, sempre sorridente, bianca e rossa, simpatica, …entravo in casa a cercare Leo e trovavo sua madre perennemente in cucina a spignattare per una tribù tra marito, suoceri e 5 figli…tutti con compiti precisi…il marito in fabbrica, 3 fratelli sui camion in giro per l’Italia e due sorelle, una piccola e lei, Noemi…che aiutava la mamma con la sorellina, praticamente l’aveva cresciuta lei…quando entravo in quella grande casa spesso trovavo lei con la piccola sedute in terra a giocare, coi mattoncini, oppure a cucire vestitini con i ritagli di stoffe per una unica bambola, altrimenti a fare disegni o incollare pezzi di carta colorata ritagliata da Noemi da riviste trovate qua e la…aiutava la sorella a incollare i pezzi come un mosaico su fogli di carta…io entravo e lei alzava il viso, rideva con gli occhi e mi diceva con voce squillante…” ciao Dario, Leo torna tra poco, è andato a fare benzina al camion…vieni a giocare con noi?”…alle volte mi sedevo con loro sul pavimento, altre volte la piccola dormiva e io proponevo a Noemi una passeggiata fuori…inevitabile l’amore…prima o poi…ed era come un fuoco d’artificio ogni volta…sotto le stelle, oppure nei campi di grano…sempre Dario e Noemi…il giorno che ci sposammo fu festa grande…una tavolata lunghissima e tutte le donne del circondario che collaborarono per preparare il pranzo…i suoi fratelli con la fisarmonica e la chitarra …la sorellina, che ci fece da damigella, con il tamburello…finalmente avevo una famiglia tutta mia…una moglie dolcissima e presto, probabilmente, dei figli tutti nostri…ma non avevo fatto i conti con il mio lavoro…iniziai a lavorare coi suoi fratelli sui camion, stavo via anche una settimana di fila, le telefonavo spesso e spesso la sentivo piangere…cercavo di rincuorarla ma lei non era come sua madre, abituata a queste assenze…io per Noemi ero tutto e mi voleva sempre…ma gli anni passarono, lei si adattò a questa cosa ma nel frattempo i figli non arrivavano e lei cambiò…era diventata una vera ossessione, per lei.

 

Non avrei più sentito la voce bassa della mia Noemi dirmi piano con sguardo intrigante…”andiamo di là a giocare insieme , amore?”……Il sesso fu dapprima frequentissimo, ovunque e  alle ore più impensate, addirittura esagerato…ma finalizzato unicamente alla procreazione di figli che non vennero mai…finchè i medici, dopo il terzo aborto di Noemi e una gravidanza extrauterina dissero…lasciate perdere, altrimenti la prossima volta ci lascia la vita…

 

Per lei fu una mazzata di proporzioni apocalittiche…esaurimento, depressione, psicofarmaci……e totale disinteresse per il sesso come gioco, come divertimento…Noemi cambiò, si spense…anche uscire per fare visita a parenti e amici diventò una pena…dovemmo selezionare le conoscenze, altrimenti se in una casa vi erano bambini, lei si metteva subito a piangere, inconsolabile, tanto da doverla portare via …non venne meno mai ai suoi doveri di donna di casa e di moglie…ma la fiamma che ci aveva arsi fino a quel momento si smorzò fino a divenire una candelina triste da attizzare a fatica…le provai tutte, la portai alcune volte in viaggio insieme a me, cercai di svagarla in tutti i modi…ma ben presto Noemi preferì rimanere a casa e mi ritrovai a viaggiare sempre solo…e…non lo nego…a cercare sesso ,ma senza relazioni e senza coinvolgimenti…perché è la mia Noemi che amo con tutto me stesso, ora come allora……………non riesco più a coinvolgerla? Non possiamo frequentare chiunque? Non indosserà mai più i completi intimi che le ho sempre regalato, per non eccitarmi? Chi se ne frega…è lei che voglio, è per starle vicino che non farò più il camionista, è per lei che vivo, ed è con lei che voglio invecchiare…e se non avremo mai figli, pazienza…avremo i nipoti e i pronipoti,…oppure staremo noi due…perché io Noemi la amo, è la mia vita…e la mia vita senza di lei è come un fiore reciso…puoi rinnovargli l’acqua ogni giorno e curarlo meglio che puoi…ma prima o poi muore…oppure tagliargli via la corolla e appiattirlo tra le pagine di un qualsiasi  libro per farlo seccare…ma poi non ti resterà che ricordarne la freschezza di un tempo lontano.

                                   Rosa e Fabrizio

 

Amo il tramonto, l’ho sempre adorato e anche a te piace tanto… tramonto, le foglie secche d’autunno croccanti sotto i nostri passi lenti, la tua piccola mano nella mia, fiduciosa.

Avrei potuto, se avessi voluto, portarti con me ovunque, anche in capo al mondo…senza proporti nulla, semplicemente guardando i tuoi occhioni da Bambi, a mandorla, che quando ridevi si allungavano un po’ di piu’… verdi come la giada.

Cammino lentamente , ti ho portato i fiori che ami tanto, gli iris…semplici come te…ne ho presi un fascio enorme…ti farò felice ancora una volta…d’altronde basta così poco, con te.

Così piccola e fragile, come le parole della nostra canzone preferita…ora come allora. Solo dopo averti conosciuta mi ero reso conto di quanto poco avessi nella vita, di quanto futili erano i soldi a palate, le vacanze in posti esotici, le barche a vela che vendeva mio padre, i cocktails noiosissimi che organizzava mia madre, le mie sorelle innamorate esclusivamente di se stesse, del benessere, dell’apparire ad ogni costo…i loro insulsi amici e il loro disprezzo per tutto cio’ che non fosse al loro livello.

Avevo solo 19 anni e tu 15. La figlia della portinaia di uno stabile popolare , case di ringhiera, un cortile pieno di gattoni randagi, di panni stesi e di gente che urlava dal mattino alla sera….e tu…un fiorellino con lunghi capelli neri come l’ebano, un corpicino esile e delicatissimo, con tua madre sempre in apprensione per quell’unica figlia che non stava mai bene…ma bella, dannatamente e incredibilmente bella…tuo padre che si ammazzava di lavoro in fabbrica, operaio nella ditta del mio, uomo tutto d’un pezzo…tua madre che cercava di rendere abitabile e dignitosa una piccola portineria, arrabattandosi tra piccoli lavoretti, qualche ora di pulizie nelle case dei condomini, ma senza perderti mai di vista…mio  padre si fidava del tuo ciecamente, infilava sempre qualche banconota in piu’ nella sua busta-paga per premiare i suoi sforzi…con la fatica di farle accettare al tuo papà che orgoglioso cercava di rifiutarle ma con gratitudine le portava a casa…sacrifici inauditi ma alla fine erano serviti…ti hanno fatta studiare.

Eri brava a scuola ma eri sempre assente, sempre malaticcia, delicatissima.

Ti conoscevo da sempre, Rosa, praticamente eravamo cresciuti insieme ma in mondi diversi…ti ho vista sbocciare, venivi in fabbrica a prendere il tuo papà e io dalle finestre della Direzione di vedevo arrivare, appoggiavo una mano al finestrone e tu alzavi il viso, mi sorridevi arrossendo…ed io mi precipitavo con una scusa giù sul piazzale solo per avvicinarmi a te e salutarti… “ciao Rosina…ciao Fabri…come stai oggi? E il tuo pallore già mi rispondeva”. Inevitabile innamorarmi di te…Mi tirai ovviamente contro tutta la famiglia, o meglio quasi tutta, ma non mio padre, che aveva talmente tanta stima per il tuo da chiudere un occhio…un’estate ti invitò in una delle nostre case al mare, a Varazze, la casa più piccola, abbastanza vicina al mare… con la scusa di controllare tubazioni e imbiancare le pareti…l’unico modo per convincere tuo padre ad accettare…sapeva che a te avrebbe fatto bene…e iniziammo a vederci di nascosto…la prima volta che ti baciai ricordo la tua paura, mi guardasti con gli occhioni sgranati e ti passasti le dita sulle labbra come per risentire il mio bacio…14 anni…i tuoi capelli neri che si muovevano alla brezza…poi la mia rabbia e la tua paura, l’impossibilità di vederci spesso, il mio rifiutare di vedere gli amici altolocati…aspettavo il lunedì per vedere tuo padre e chiedergli come stavi…e la sua risposta era sempre la stessa “lasciala perdere la mia Rosina, Fabrizio…non va bene per te”… ma ormai  ero deciso…o te o nessuna.

A 19 anni la legnata…partivo per fare il militare…quando te lo dissi i tuoi occhi di giada si riempirono di lacrime…promisi di scriverti tutti i giorni e lo feci…per un anno feroce lontano da casa ogni giorno mi mettevo in branda e ti scrivevo lunghe struggenti lettere dalla caserma,  in provincia di Udine…e quando potevi, di nascosto, mi rispondevi…letterine d’amore con cuoricini e baci stampati con il lucidalabbra…

…Poi….piu’ nulla…per 3 mesi il silenzio…venni in licenza per una settimana prima del congedo e seppi che ti eri ammalata di asma, eri ricoverata a Sondalo, in Valtellina…e non potevi assolutamente ricevere visite…non voglio ripensare a ciò che vissi in quei lunghi mesi…tuo padre mi dava blande notizie finchè non lo vidi piu’… ma seppi dai suoi colleghi che tu, Rosa, il mio amore con gli occhi di giada e i capelli d’ebano…eri troppo fragile per superare una malattia del genere… e non volli mai piu’ nessun’altro fiore che te…

Eccoti…da 28 anni, ogni mese ti porto gli iris…sto un po’ qua accovacciato e guardo la tua fotografia…prima di alzarmi e dirigermi lento verso l’uscita.

 

 

                                                      Amanda e Giordano

 

Atroce…

Passare la notte a guardare il soffitto, la luce di un lampione giù in strada che si riflette, che entra dalle fessure delle imposte, voltare appena la testa di tanto in tanto e osservare il tendone di pizzo che ondeggia per l’inesistente brezza della notte, e immaginare il mare, costruirsi una specie di film a ritroso nel tempo, ogni notte diverso…cercare dentro  una motivazione per tanta sofferenza…sentire le lacrime che adagio scivolano nelle orecchie, non tenti neppure di asciugarle o fermare la loro corsa…illudendoti che si portino via la tua disperazione e la tua solitudine… seguire la scia del fumo della mia  sigaretta…senza temere di andare a fuoco con tutto il letto se per caso mi addormento…tanto io non mi addormento se non prendo una pillola…prima no…prima era diverso…vi era la mia vita frenetica, divertente, piena di tutto a farmi crollare la sera…la vita piena di nulla è un eccitante fantastico, ti tiene all’erta più di una martellata ben assestata dritta sulla testa……cerchi di lavorare di fantasia, di immaginare, di eccitarti con cose che pensi e non farai mai perché la tua realtà è talmente brutale da strapparti dalle nuvole ogni volta…

 

Mi fanno male le nocche delle dita a furia di stringere i pugni…le piante dei piedi quasi logorate a forza di strusciare sul copriletto…provi di tutto ma non funziona…sentire che le forze ti hanno abbandonato…la televisione mi annoia, gente demotivata e tuttologhi insopportabili, hanno una risposta a tutto, tranne alle loro, di angosce…il solito tizio sullo sgabello che si impiccia dei fatti altrui per fare audience…stelline, veline, ragazzine poco più che adolescenti piene di esperienza in ogni campo…madri disperate per figli in fuga dalla vita…vogliono tutto lo ottengono poi il tutto diventa nulla perché dentro hanno buchi neri larghi come voragini e allora vanno a cercare se stessi altrove…

 

Comici improvvisati, attori immaginari, che me ne faccio io di una realtà così? Nulla….e allora mi basta il mio, di nulla, spengo la televisione e tutto mi ripiomba addosso come una pioggia di meteore…qualcuno mi cerca, sento il cellulare che suona, non so neanche dove l’ho messo… uno squillo…forse un sms…me ne frego e non lo cerco neppure…tanto non ho niente da dire a nessuno …da due mesi e 4 giorni  le mie notti devono essere silenziose e solitarie……o come prima, o niente……per cui………controllo il pacchetto di sigarette, ormai agli sgoccioli, è il secondo, oggi…ma se c’è una cosa che ho in abbondanza sono le sigarette…non resto mai senza.

 

Non ricordo se ho mangiato…mi sembra di si, non ho cucinato ma mi sembra di ricordare che qualcosa ho levato dal frigorifero…che importanza ha? Rincaso, non mi guardo neppure attorno, in questa grande casa che detesto…piena di gente e di vita prima, tanto come vuota e spenta ora…sbatto le chiavi e il cellulare sulla consolle in anticamera, mi dirigo verso il frigorifero, lo apro, birra, pane a cassetta, acqua minerale, mezza bottiglia di spumante…ecco la cosa che mi ha scatenato tutto, stasera…quella mezza bottiglia di spumante…il ricordare l’altra metà della bottiglia…non ci sono manco i calici sporchi nel lavandino…spumante a canna…sempre cio’ che si vuole sorbito come capita…fa parte del mio modo di essere…prendo cio che mi va come mi va…e quando l’ordine mi taglia la strada portato da qualcun altro tutto si ricompone, la mia vita che prima sembrava un campo incolto, diventa un ordinato sentiero di campagna, granoturco di qua, erba rasata di la…ma l’ordine puo tornare da dove è arrivato e il caos che ne segue assume proporzioni devastanti…

 

Mi concentro sui battiti del mio cuore, ora…regolare, sembra un tamburo…gli do del cretino, che batti a fare? Per cosa? Ma soprattutto per chi? E quel qualcuno per te ha un cuore che batte? No, e allora che batti a fare?

 

Le mie mani passano sul mio viso, umido, stanco…mi alzo, qualche secondo davanti allo specchio del bagno, mi faccio schifo, sono la pubblicità di uno straccio per pavimenti o una persona? Non lo so e non mi interessa…guardo l’ora, le 6 del mattino…complimenti! Altra bella notte di merda…e avanti la prossima…faccio una doccia veloce, mi vesto … mi pettino, di lato, indietro, non mi interessa, mi sistemo i capelli ravviandoli con le dita…

 

Dove ho messo il cell? Ah si, eccolo vicino alle chiavi di casa…esco sul pianerottolo, chiudo a chiave la porta e il cell suona…idiota giocattolo, non suoni mai, suoni alle 6 di mattina? Così mi svegli tutto il condominio…premo il tastino verde…pronto?…tu…quale messaggino?…non so, dopo guardo, ma come stai? dove sei?…ti rendi conto di come sto? Lo so che ogni tanto ne hai bisogno, ma il tuo “momento di riflessione” mi ha quasi fatto morire…all’aeroporto? Fiumicino? Tra quanto, mezz’ora? Ma perché sei andata via? Ho fatto qualcosa che non va? Ma certo che arrivo…no, non ti chiederò nulla, non meravigliarti della casa, Amanda, lo sai come sono fatto…si, certo che ti aiuto a sistemarla…arrivo amore mio grandissimo….aspettami…

Corro a perdifiato giu’ per le scale, salgo in auto, metto in moto e corro a prendere la mia unica ragione di vita.

                                                   Ludovica e Maurizio

 

La dolce sensazione di camminare tra la folla e tutti ti guardano, ti invidiano, ti sorridono, l’impressione che quel giorno il sole sia spuntato a forma di cuore con una scritta di traverso a mò di fascia di un concorso di bellezza con freccia che lo trafigge tipo “Cupido” e sulla fascia le iniziali L e M.

 

Sentirsi inadatta e fuori posto in ogni luogo se lui non è al tuo fianco, persino la mano di un collega che si congratula, tra le tue ti da fastidio, trovi difetti anche nelle persone che fino a quel momento hai benvoluto e stimato…gli uomini perdono valore ai tuoi occhi, se non  è lui che hai davanti…torni a casa, nella sua casa che da 1 anno ti ospita… stravolta dopo una giornata di lavoro, scopri di saper cucinare e metti a tavola il meglio che tu sappia fare sperando che a lui piaccia, scoprendo quanto sia bello viziarlo, anche a costo di farlo un po ingrassare…e ti accorgi,  appena lui rincasa che qualsiasi cosa abbia nel piatto è indifferente perché anche mentre mangia non smette di guardarti dolcemente e dirti con lo sguardo “Viki ti amo”……

 

Mangia beve chiacchiera ride dorme cammina per casa, e il pavimento si trasforma di colpo in una nuvola soffice di beatitudine…lavare i piatti ridendo mentre lui è dietro di te e ti tocca il seno, ti bacia sul collo…giocando con il tuo corpo ti accende come un faro nella notte poi ti prende per la vita e ti porta via , non importa dove, vuoi essere sua, sempre,… e un posto vale l’altro…ti fa mille piccoli dispetti…gli passi accanto e senti il profumo della sua pelle, tieni una sua  mano tra le tue e ti ricordi di aver preso apposta per lui una crema miracolosa…occuparsi di lui, della pelle ruvida che il lavoro procura a quelle mani fatte apposta per accarezzarti, per tenere il tuo viso mentre affonda nei tuoi occhi e allora tu gli occhi li chiudi per non lasciarlo più andare via…odiare tutto e tutti quando sei con lui…impegni, telefonate, parenti petulanti e preoccupati per te…

 

Non credono alla trasformazione di Ludovica, la chiamano “colpa di quel pezzente”…e il pezzente in questione è un bravissimo ragazzo e tu lo ami più di te stessa, e vivi la tua storia d’amore ogni giorno come fosse l’ultimo…sia che duri un anno, 10 anni, una settimana, 4 giorni o 6 ore…ti va di stare con lui, a lui pure…………..e che vadano tutti a farsi fottere.

Nulla conta, ora, solo le ore che vi separano…lavorare o studiare, immaginandolo mentre vive una sua vita, momentaneamente lontano da te…guardare l’orologio ogni 5 minuti e arrabbiarti perché non puoi telefonargli in fabbrica…conoscere i suoi orari e mandargli un semplice messaggino all’orario in cui sai che fa una pausa brevissima, solo scrivendo un “AMITA” …AmoreMioIoTiAmo…una sigla solo vostra…vedere con il pensiero la sua faccia che si illumina in un sorriso e ricevere subito un suo sms con scritto “ciao babà”…tiri un sospiro di sollievo e torni al lavoro sorridendo come un’ebete, i colleghi che ti fissano e sgomitando sussurrano…”la Ludovica è fulminata”…ma non te ne frega niente, hai superato ben di peggio per lui…4 colleghi pettegoli non ti toccano minimamente…sei stata accusata, derisa, sbeffeggiata pubblicamente, cancellata da un  testamento secolare al quale avevi diritto di appartenere dalla nascita per il solo fatto di avere il tuo cognome ……hai lasciato la villa padronale di famiglia con servitori, sorelle insulse fratelli arroganti e viziati, una madre snob insopportabile e un padre borioso e cattivo…ti sei levata gioielli, abiti rigorosamente firmati, calzature fatte a mano, hai buttato tutto sul letto, comprese le chiavi delle tue 2 auto… hai strappato via le forcine che raccoglievano i tuoi capelli in un aristocratico chignon e hai messo un paio di jeans, quelli che ti ha comprato Maurizio, i sandali presi al mercatino  quando vi siete conosciuti, una maglietta di Topolino, ti sei struccata rabbiosa, piangendo ma sentendo che dentro di te si apriva un cielo azzurro… hai preso uno zainetto sulle spalle, ci hai messo i tuoi attestati scolastici, il diploma di laurea… ti sei incamminata senza più voltarti sul viale che porta al cancello seguita dai cani da caccia di tuo padre che ti guardavano, si voltavano a fissare il loro padrone senza capire…hai passato una mano sulle loro teste , hai fatto ciao alla famiglia sorridendo e ti sei girata per uscire dalla loro vita per sempre…correndo…e fuori dalla villa…………la moto di Maurizio e lui che dubbioso ti guarda per capire se realmente molli tutto per lui oppure è il capriccio di una riccona caruccia con qualche tara mentale ereditaria.

No, non sono fuori “come un lampione” come dice la mia amica Simona, sono coerente, decisa, tenacemente convinta che valgo di più di quanto mi abbiano finora fatto credere…ho trovato un lavoro, ho finito la specializzazione in pediatria facendomi un mazzo da paura, ho fatto la peggior gavetta che si possa immaginare per il solo fatto di essere io e non una studentessa “normale”…ma qualcuno ha creduto in me e ce l’ho quasi fatta, alla faccia di tutto il mondo arrogante presuntuoso e snob che per ora ho buttato idealmente in pattumiera…tutti ignorati tranne nonna Ludovica, che mi ha accarezzata dolcemente e mi ha tenuta tra le braccia sussurrandomi…”vivi la tua storia d’amore e dimostra a questi stupidi quanto vali, tesoro”.

Ed è ciò che ho intenzione di fare, Maurizio lo sa…viviamo questa avventura meravigliosa e domattina quando mi sveglierò tra le sue braccia, sarà un giorno in più e come ogni mattino sentirò la sua voce che mi dice, dandomi la solita pacca sul sedere, alzati pigrona, devi andare al lavoro!.

 

 


TIZIANA E ALFIO

 

Routine, monotona prevedibile piatta routine……….uscire ogni mattina per il solito giro di clienti, i soliti nuovi ritrovati della medicina moderna, i  soliti farmacisti scettici e i soliti medici titubanti, distratti dalla piu attuale omeopatia.

Inventarsi una vitalità nuova ogni giorno per convincere all’acquisto,  indossare la maschera del rappresentante farmaceutico di bell’aspetto, fresco riposato e soddisfatto dalla vita.

 

Inventarselo.

 

Un tempo era innato…quanto tempo fa? Da quanto tempo quel lavoro non gratificava piu? Da quando era diventato un dovere quotidiano l’uscire e vagare con una valigia in cuoio? Da quando? Settimane? Mesi? Anni?

 

Si fermò, sistemandosi il giaccone addosso si guardò i piedi…scarpe lucide, impeccabile, non una macchia, 35 anni e sentirsene a volte piu di 50… Dove era finito il ragazzo pelle e ossa,  strafottente,  che scorrazzava in bicicletta per le vie del suo paese? Ancora echeggiavano nelle sue orecchie il frastuono ,le risate, le urla impaurite delle ragazze schivate per strada, apposta per farle spaventare … Che fine avevano fatto Nicola, Mario, Natale, Antonio e gli altri amici cresciuti insieme a lui? Anche loro sposati, forse, anche loro saliti al nord del paese e sistemati in un lavoro noioso come il suo?

 

Sposati…Tiziana…la solita storia della figlia di qualcuno del paese, che in estate tornava dalla nonna e dai parenti…ritrovava le amiche e le cugine, ed era con loro che ogni mattina scendeva allegra in bicicletta fino alla spiaggia.

 

Erano cresciuti insieme, lui scuro di capelli, un eterno ciuffo sempre sugli occhi, lungo-lungo e secco come una canna di bambù, mentre lei era una patatona bionda e rotonda, con le guanciotte piene che lui si divertiva a pizzicarle sempre facendola infuriare e correre dalla mamma .

 

Poi Alfio per un paio di anni non la vide scendere al paese, aveva 2 anni meno di lui, piu o meno 15 … ed una sera, una di quelle sere in cui dal mare arriva un vento caldo che fa impazzire i falò sulla spiaggia, dal nulla vide arrivare un gruppetto di ragazze, incuriosite dalle canzoni suonate alla chitarra e dai canti a voce alta…e tra loro, una che lui subito trovò bellissima, i capelli lisci,  biondi  come oro lunghi fino alla vita, occhi grandi e un corpo snello nel sottile vestitino a righine…la vide sedersi in un angolo con le amiche e non seppe smettere tutta la sera di guardarla, talmente insistentemente che gli amici se ne accorsero. Alfio sentì che si stava alzando dal gruppo, qualcuno lo conduceva verso quelle 2 o 3 ragazzine e subito si dileguò…ora era davanti a lui, i bagliori del falò illuminavano i loro visi, l’imbarazzo di lei era evidente, non sapeva dove guardare, non sapeva dove mettere le mani, guardava le amiche ridacchiare e poi guardava lui, che imbambolato continuava a fissarla.

Si accorse che una mano si alzava e si protendeva verso di lei

Ciao, io sono Alfio, come ti chiami? Vide lei guardarlo, ridere e si sentì ridicolo.

Ti conosco già, ciuffone!

No !…, solo una bambina lo chiamava sempre così…la figlia di Nicola, il fratello della sarta all’angolo del suo stesso vicolo…quella che abitava su a Milano…Pagnottella…..Tiziana.

Era sbocciata come un fiore impaziente, erano sparite le guanciotte, le  treccine bionde che lui si divertiva sempre a tirargli erano scomparse…al loro posto ora capelli biondi come il grano maturo, lunghi fino alla vita……..era………era bellissima. Alta, non come lui che pareva un lampione, ma alta. 

Curioso, proprio quel ricordo, proprio ora, proprio oggi…

Un chiosco di fiori attirò la tua attenzione, si fermò. La fioraia si avvicinò seria indicandogli la merce per invogliarlo all’acquisto…ma Alfio era titubante, no…i fiori non andavano bene quel giorno, ci voleva qualcosa di piu particolare…qualcosa di piu adatto a quella occasione.

Dolci? No…sua moglie era perennemente a dieta, si sarebbe arrabbiata e il litigio di quel mattino era sufficiente per i suoi gusti…Finchè gli venne una idea…entrò da un gioielliere e acquistò un bracciale sottile in oro con un brillantino incastonato, poi andò dal fornaio sotto casa e comprò del pane particolare, con semi di sesamo, con semi di coriandolo, con olive. Scartò il bracciale e vi infilò dentro un panino al sesamo, rimise il tutto nel sacchetto del fornaio e allegro si avviò verso casa.

Salì i 3 piani di scale, infilò le chiavi nella serratura, entrò mise la valigetta a terra all’ingresso, si tolse il giaccone, venne investito da un profumo di arrosto, da una musica proveniente dal salotto. Si guardò attorno ma non vide nessuno. Mise in un angolo nascosto il sacchetto del pane e si avviò in bagno per una rapida doccia.

Alla fine si infilò una tuta da ginnastica, fresca di bucato e fu allora che sentì la voce della moglie che lo chiamava…

Sei a casa? Allora tra 10 minuti si mangia

Ad un tratto lo vide…sulla mensolina del bagno, una placchetta di plastica, il test di gravidanza, da esperto lo prese, lo guardò attentamente, ….positivo 

Rimase senza fiato…da 6 anni aspettavano quel risultato ogni mese.

Uscì dal bagno, riprese il sacchetto del pane e con ancora in mano il test gravidico si diresse in cucina…sua moglie  stava finendo di preparare la tavola. Tutto era pronto. Rimase a pochi centimetri da lei osservandole la nuca … emozionato e con le lacrime agli occhi…

Lei si girò lentamente, vide che lui aveva in mano il test di gravidanza… si guardarono negli occhi, lui le mostrò il sacchetto del pane, lei lo aprì e guardò all’interno, vide il bracciale attorno a un panino ai semi di sesamo, il suo preferito…

Alfio le cinse la vita, la avvicinò e baciandola sulle labbra pianissimo le sussurrò…Buon Anniversario, pagnottella.

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Lorenza e Marcello

“Una coppia tranquilla, senza problemi particolari, alla loro età ancora fanno i piccioncini”…dicono di noi…

Si , gli voglio bene ancora, al mio Marcello,ma coppia tranquilla lo siamo sempre stati. Non avevamo pretese particolari…un niente bastava. I primi anni di matrimonio specialmente, bisognava risparmiare, la famiglia cresceva.

Ma ancora  prima di sposarmi, quando una gita fuori porta con la famiglia era il solo diversivo, con un padre autoritario come il mio che mi lasciava uscire alle 3 del pomeriggio e alle 6 mi voleva a casa. Solo 3 ore per vedere di nascosto Marcello, dargli qualche bacino frettoloso in un portone, dopo aver distratto la mia sorellina piccola che mamma ci mandava dietro per controllare che non facessimo cose peccaminose.

Marcello mi vedeva arrivare con lei per mano recalcitrante, Antonietta in cambio di una distrazione pretendeva un gelato o una gazzosa  e io non sempre potevo permettermelo. I soldi erano talmente pochi che noi, 6 fratelli, con mamma, papà e i nonni non potevamo sperperarli in un gelato. Dovevo rinunciare a una parte della piccola mancetta domenicale di papà per accontentarla.

Ma mi piaceva tanto quando Marcello si avvicinava, con il suo profumo di colonia e la sua bella faccia, con i baffetti, ben curato, con la brillantina rubata al fratello maggiore nei capelli…quando mi veniva vicino sorridevo e ci baciavamo in fretta … Antonietta non accettava di distrarsi per molto.

Erano tempi di miseria, quelli, per tutti. Si usciva da un brutto periodo, tutto attorno era in ricostruzione.

Quando tornai a casa una sera dicendo che mi ero fidanzata, mia madre mi diede un ceffone talmente forte da farmi traballare, tutti la guardarono ma lei si calmò e disse: … portalo a casa domenica mezzogiorno a mangiare, Lorenzina, così vediamo che bell’elemento ti sei scelta.

Marcello invece piacque a tutti, mio fratello Giuseppe lo conosceva di vista . E da li il passo fu breve, dopo 6 mesi ci sposammo, un rinfresco di poche pretese a casa mia con i suoi parenti, 2 fratelli e la mamma vedova di guerra, un paio di bottiglie di vino bianco, qualche panino e una torta fatta dalla nonna. Andammo ad abitare a due isolati di distanza, e dopo 2 anni nacque il nostro primo bambino, Armando.

Angelo e Mario seguirono a ruota, tutti maschi, 3. Marcello era sempre gentile e rispettoso, e guidava la famiglia come meglio poteva. 3 bambini perennemente affamati, le michette anche vuote venivano divorate avidamente, e quando si poteva, ci si metteva dentro qualche pezzo di cioccolato…come tappabuchi poteva bastare, mentre mettevo insieme una cena decente per tutti.

Alti e bassi, i litigi non mancavano, ma erano routine. I miei figli crebbero rapidamente e uno dopo l’altro si sposarono ed ebbero a loro volta dei figli. Armando no, ma Angelo e Mario ebbero un maschio a testa. E restammo soli, io e il mio Marcello…

Ecco, siamo quasi arrivati…aiuto Marcello a scendere dall’auto di Mario, Angelo e Armando sono davanti al portone della chiesa che ci aspettano…adagio adagio saliamo la scalinata, gli anni ci sono, sono tanti… e oggi siamo qua per festeggiare sposandoci di nuovo, il prete è cambiato logicamente, ma la chiesa no.

I parenti e gli amici ci sono tutti, io ho un bel vestito di seta e anche Marcello è elegantissimo, con la cravatta nuova e le scarpe che gli fanno un po’ male, poveretto. La funzione in chiesa non dura molto, all’uscita tutti ci tirano il riso… quello che non ci potevamo permettere quando ci siamo sposati la prima volta…50 anni fa.

 

Viva gli sposi ! 

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Susanna e Antonio

Mi sembra di aver preso tutto…se dimentico qualcosa Susy mi uccide…la farina bianca c’è, le uova, limoni, la marmellata di ciliegie …fammi dare un occhio al foglietto…. Accidenti a me! Lo zucchero… Si ok, ora c’è tutto, ci aggiungo una bottiglia di vino moscato dolce, così lo assaggiano anche i bambini.

Mi sono offerto di passare in pasticceria ma lei no…”voglio farla io la torta, fai presto così i bambini non vengono a pasticciare con la farina e lavoro in pace…una bella crostata come piace tanto ad Alessandro…ne mangia solo un pezzetto ma voglio che sia mia, fatta da me”.

 

Susanna ci tiene, a ‘ste cose. Ogni tanto tira fuori la farina e la impasta con l’acqua, fa una specie di pasta morbida e i bambini ci giocano, usano gli stampini per i biscotti,  fanno finta di essere cuochi, Susy dice che ad Alessandro fa bene per la manualità, si diverte e scioglie le mani. Io mi metto vicino e guardo, una volta ho fatto anche le foto, Marta felice con la faccia sporca di farina e Alessandro che rideva a crepapelle in braccio a mia moglie.

Come ci piace vedere ridere Alessandro, che patatone, dolcissimo, a scuola si impegna piu che puo’, a tavola mangia come un lupo, con quella facciotta ridanciana. Tornare a casa dai piccoli e sentire l’urlo di benvenuto…”eccolo papà Attoniooo”, bello  vederlo arrivare di corsa per mano a Marta.

Lei  gli fa da mammina, gli sta vicino, lo aiuta a disegnare, a tagliare le cose nel piatto e a mangiare, a bere, a fare il bagno. E’ grande, lei, si è calata nel suo ruolo di sorella maggiore che aiuta il fratellino a crescere…e il nome del fratello lo aveva  scelto lei…

Alessandro ormai ha 6 anni, e Marta invece 10. Voleva tanto un fratellino ed è nato lui, un angioletto speciale.

Ma dove sono le casse? Ah ecco, la in fondo. Vado a pagare.

Parcheggio strapieno, normale a quest’ora. Esco ora dall’Agenzia Viaggi, stasera farò una bella sorpresona a tutti quanti, si parte per un viaggetto, una spiaggia lontana, tutti insieme. Niente bambini a casa, niente Susy con l’angoscia pensando ai piccoli nelle mani dei nonni. Vengono con noi, una settimana tutti insieme.

Marta farà i salti dalla gioia e Alessandro…non capisce ma quando si troverà su quella spiaggia e in mare con noi si divertirà di certo.

Eccomi, traffico caotico, ormai ci sono abituato.  Chiudo il box con il comando a distanza, prendo i sacchetti della spesa. Ascensore fuori uso, te pareva.  Fa niente, un po’ di moto non fa mai male.

Il campanello, din-don…apre Susanna, mi leva la spesa dalle mani, mi bacia e scappa in cucina, deve fare presto, tra un’ora arriva Marta dalla casa dei nonni e il pullmino della scuola  di Alessandro non tarderà ancora molto.

Susy è velocissima in cucina, in un lampo la torta è pronta, tutta questa piccola casa profuma di dolce e di caldo. Il vino è in frigorifero. Arriva Marta. Un bacione e corre a mettersi la tuta di felpa.

Ecco il clacson…è il pulmino, Luciano, l’insegnante di Alessandro, lo aiuta a scendere e Susy, che è già giu, lo porta in casa.

Arriva l’ascensore al nostro piano, nel frattempo qualcuno l’ha sistemato…sento la voce di Alessandro. Spalanco la porta e il mio angioletto speciale mi corre incontro…come al solito mi salta in braccio, a fatica perché è un po impacciato nei movimenti, il mio bambino.

Mi getta le braccia al collo, mi stringe fino a soffocarmi, ride felice, annusa l’aria, il golosone sente odore della sua torta preferita.

E’ bello Alessandro, con quel naso a patata, i capelli scuri, pacioccone, con quegli occhietti…un po a mandorla…un po da cinesino…tipici degli angioletti come lui…la chiamano Sindrome di Down.

Lo metto giu’, gli faccio il bagno mentre Susy apparecchia insieme a Marta…arriviamo in cucina…Marta mette un tovagliolo al suo fratellino, ci sediamo tutti insieme e cominciamo a cenare.

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Lucia e Salvatore

Ho quasi paura…in mano ho le chiavi ma non mi decido ad inserire quella giusta nel buco della serratura. Sono stupida, lo so, ma mi sembra che aprire questa porta un pochino scrostata sia l’inizio di qualcosa di cui potrei pentirmi, un domani.

 

Mi guardo in giro, sono ancora affannata, 4 piani a piedi, non c’è l’ascensore, ma gli appartamenti con l’ascensore costavano di piu’…e io e Sal non ne abbiamo molti, di soldi.

 

Sal si è appena laureato e a me mancano 8 esami…ci conosciamo da 10 anni, noi due. Arriviamo dallo stesso paese, anche i nostri parenti si conoscono…chi se non lui?…sembrava naturale arrivare a questo passo.

 

Chiudo gli occhi…un bel respiro profondo…dai, Lucia,non fare la cretina, infila questa chiave del cavolo e dai un’occhiata , mi dico da sola mentalmente…ok, vediamo il mio futuro prossimo che aspetto ha.

 

Infilo la chiave, giro due volte verso destra, la porta è aperta…non mi muovo di un centimetro guardando all’interno. Ho insistito per vederla di mattino, questa casa…ed eccola.

 

La porta si apre su un ingresso piccolo e quadrato. Sulla sinistra sbirciando vedo un cucinino, a destra un piccolo salotto, faccio coraggiosamente due passi dentro e vedo un’altra porta, stavolta socchiusa…ormai sono un leone, la spingo e vedo un altro pezzo di corridoio, in fondo una porta stretta aperta mi fa intravedere una vasca da bagno all’interno, di fianco una stanza…avanzo e capisco che sarà la camera da letto.

 

Che faccio? Me ne vado di corsa lasciando cadere le chiavi in terra oppure chiudo la porta di entrata e armandomi di coraggio affronto queste stanze vuote immaginandole arredate?

 

Vivere con Sal…sorrido. Io lo amo, Sal. E’ capitata questa casa, abbastanza vicina alla facoltà di Architettura che io ancora frequento…è comoda, usciamo insieme al mattino. Io vado in Università per le lezioni e Sal va allo Studio Tecnico dove sta facendo pratica come Architetto.

 

I suoi e i miei sono giu, in Calabria, la pensione era cara per Sal, io dalla zia Enza mi ero stufata di starci…abbiamo affrontato le famiglie a muso duro, specialmente io, volevamo un buco nostro… volevamo stare insieme…aggrapparci l’una all’altro … volevo vedere la sua faccia prima di addormentarmi la sera e volevo ritrovarla come prima cosa al mattino quando mi svegliavo. Un po’ di calore mi sale al viso…mi sto rilassando, ora.

 

Entro in quella che immagino la cucina e vedo con la fantasia un tavolo, delle sedie comode, una cucina a gas, dei mobiletti, delle tendine con i fiori colorati in basso…eppoi delle mensole con dei vasetti sopra e una radio nell’angolo per sentire la musica quando faccio da mangiare a Sal.

 

Mi giro ed esco dalla cucina, mi fermo all’ingresso e vedo uno specchio grande sulla parete…sorrido, ora…proseguo di 3 o 4 passi e sono in salotto…li ci metterei un bel divano grande, uno stereo, dei mobili bassi, un tendone largo come la parete e dei faretti qua e la…vado in bagno e mi guardo attorno…la vasca la chiudiamo con dei pannelli in vetro così Sal ci fa la doccia…a lui piace la doccia, a me il bagno. Poi li sul lavandino ci attacchiamo una mensola azzurra coi pensili e uno specchio con le luci intorno, a terra un bel tappeto morbido, così Sal non sgocciola quando esce dalla doccia.

 

Eccomi in camera da letto.

 

Vedo a occhi chiusi un bel lettone grande per fare l’amore con Sal. Un armadio grande come la parete, un cassettone e due comodini…….

 

Una voce improvvisa mi fa spaventare… “ti piace Lucì?”…è Sal, mi ha raggiunta perché mi conosce, sa che avrei affrontato la cosa titubante…Sal c’è sempre …

Mi giro, gli sorrido con il naso all’insù…è alto Sal…io gli arrivo alla spalla con la testa,  lui è un marcantonio e io uno scricciolo.

 

“ Sei felice, Lucì? Sei spaventata?”

 

No, non sono spaventata, Sal … stammi vicino e non avrò mai paura, facciamo questo salto insieme…viviamo insieme e al diavolo tutto, quello che conta di più ha due nomi, Lucì e Sal.

 

                                            

       SVEVA