.PREFAZIONE
Questo non ha la pretesa di essere chiamato “libro”, perché non ne ha le caratteristiche e neanche l’ambizione di apparirlo. Io poi non sono neanche da classificare come scrittrice, sarebbe più idoneo il termine imbrattacarte...Ho voluto solo raccontare, sperando di riuscirci, quanto arricchimento, un’amicizia vera, possa apportare alla vita e all’animo di una persona, soprattutto nei valori morali, che credo, siano fondamentali per un viverla con dignità e sincerità Tengo a precisare che la protagonista di questo scritto non sono affatto io, bensì una donna che della sua immensa ricchezza interiore, ha voluto rendermi beneficiaria….A lei, a Sara, dedico questo scritto….
“”””””””””””””””””””””””””””””””
“Sara ed io”
Credo che a volte basta una piccolissima situazione, una foto o semplicemente un pensiero, a far riemergere nella testa dei ricordi talmente vivi e presenti che niente al mondo potrebbe cancellarli e visto che ora, in questo cassetto dei miei ricordi, mi rivedo bimba, devo presumere che si era negli anni '50. Ricordo che, quel giorno, sebbene fossimo gia a metà Ottobre, il caldo si faceva ancora sentire qui a Roma, mia città natale e quella mattina forse, l’agitazione che mi pervadeva, me lo faceva sentire ancora di più.
La mia famiglia d’origine era molto povera ma anche tanto dignitosa...Abitavamo in casa della nonna, mia madre, io ed altri quattro tra fratelli e sorelle. Naturalmente avevo anche un padre, ma non era mai presente, cioè, almeno non fisicamente, perchè lavorava fuori Roma e tornava una o due volte soltanto durante l’arco di un anno e che purroppo, molto spesso, dimenticava di mandare del denaro per tirare avanti. Quella mattina, ricordo, mia madre stava infilandomi un grembiulino bianco, candido e profumato, col collettino celeste e con le mie iniziali in azzurro ricamate sul davanti.Avevo poco più di quattro anni allora ed ero una bimbetta molto esuberante, per cui, visto che saltellavo di qua e di la, mia madre faticò non poco per finire di abbottonarlo…. i suoi ripetuti richiami all'immobilità, però, erano sempre accompagnati da un sorriso compiaciuto.
Ero la quarta di quei cinque figli e lei, poverina, per far si che noi crescessimo nella pulizia e nell'ordine personale, cosa per lei di un'importanza quasi maniacale, aveva sempre molto lavoro da fare. Infatti, visto che noi ragazzini ogni pomeriggio giocavamo in strada con i nostri compagni, quando tornavamo a casa eravamo talmente sporchi, che prima di consumare la nostra solita e povera cena, ci infilava a forza nella tinozza con l'acqua calda e cominciava a strofinarci energicamente col sapone da bucato, per far tornare il nostro incarnato quasi del colore naturale. A distanza di decenni, ancora ringrazio mia madre per avermi insegnato ad apprezzare la gioia dell’igiene e della cura personale.
Tornando a quel mattino, ricordo che poco prima di uscire di casa avevo iniziato a piangere, senza neanche sapere il perché e singhiozzavo anche mentre mia madre mi metteva un vaporoso fiocco celeste tra i capelli neri e lunghi e mi rimirava orgogliosa del suo lavoro. Si chiamava Elena mia madre ed aveva a quel tempo circa 34 anni….decisamente una bella donna, con gli occhi verdi e i capelli ondulati e scuri e quella mattina, le sue carezze furono talmente tenere, che sentii il suo profumo restarmi attaccato alla pelle. Era una donna piena di dolcezza mia madre, ma era anche energica, la classica madre romana… chioccia si, ma…guai a stuzzicarla! Diventava di colpo la classica “Onorevole Angelina” , cioè, sempre pronta alla battaglia se il caso lo richiedeva..
Mi sembra ancora di sentire la sua voce quella mattina, che sorridendo mi diceva:<<Silvia, gioia mia, non piangere così, vedrai quanti bambini e quanti giocattoli bellissimi avrai per giocare! E stai tranquilla che mica ti lascio là per sempre! Solo qualche ora!.Appena avrai mangiato verrò a riprenderti e ti riporterò qui a casa..>> Non le credevo, forse perché la scuola non sapevo nemmeno cosa fosse e di conseguenza continuavo a piangere e a disperarmi. Ci avviammo verso la scuola che distava appena un centinaio di metri da casa, io con in mano il piccolo cestino di vimini con la merenda e con l’altra mano saldamente aggrappata a quella di mia madre. Benchè fossi alquanto recalcitrante, mamma mi convinse a varcare quel grande cancello verde e ci trovammo in un grande giardino curatissimo e pieno di fiori, con numerose palme da dattero e con la ghiaia che scricchiolava sotto i nostri passi…
Era il mio debutto nel mondo della scuola ed ero emozionatissima e…..lacrimante.
Ci accolse una maestrina che, con fare accattivante mi prese per mano e, sorridendo, mi condusse in una stanza dove altri bimbi stavano gia giocando. Fu proprio quello, il giorno che incontrai per la prima volta quella che è stata e resterà per sempre, l'amica vera, quella a cui rivolgersi ogniqualvolta la vita ci mette alla prova ed abbiamo bisogno di conforto.....Sara.
Non smisi mai di piangere quel giorno e mi ero rincantucciata sotto il banchino della classe, rifiutandomi di partecipare ad ogni attività dei miei compagni che facevano un chiasso infernale con i loro giochi e le loro grida festose. Poi, attraverso il velo delle lacrime, vidi quel volto paffutello di bimba che, chinatasi verso il mio rifugio, e sorridendomi, mi mandava dei bacini accarezzandomi il viso.. Fui conquistata all'istante da quei suoi occhi grandi e azzurrissimi e, senza che lo volessi, le sorrisi a mia volta, sugellando così, con quel sorriso bagnato, l'intesa perfetta che sempre ci ha accompagnate nel lungo cammino della nostra vita…..
Si era, come gia detto, nell'immediato dopoguerra e Roma, come tante altre città italiane, stava leccandosi le profonde ferite lasciatele dal conflitto, faticando non poco a rimettere insieme una parvenza di dignità che la guerra aveva infagottato dentro cenci e fame nera. Si respirava aria di rinascita, anche se si può dire che ancora fumassero le macerie lasciate dai ripetuti bombardamenti e la popolazione s’affaccendava in mille lavori con lo scopo di migliorare la propria situazione finanziaria, in quel momento molto disastrata.Molte erano le famiglie numerose, con bambini piccoli a cui, dar da mangiare e di che vivere, creava mille difficoltà......e la mia, era una di quelle.
Sara invece, era la figlia di un tipografo, aveva un fratellino molto piccolo e la madre era infermiera all'ospedale di zona, per cui, essendo in pochi, a casa sua era raro che mancasse cibo o vestiario
Con Sara al mio fianco, la scuola fu meno tragica di quello che avevo temuto e diventammo inseparabili, anche nei momenti più impensabili, cioè, anche andare al bagno per noi era una cosa da dover fare insieme, quindi noi anche li, andavamo in coppia. Era straordinariamente simpatica con quelle sue gote paffute ed eternamente rosate e con quella manciata di lentiggini sparsa sul naso e sugli zigomi, inoltre aveva degli splendidi occhi azzurri che, quando rideva, sembrava diventassero due scintillanti zaffiri blù intenso. Lei i capelli li aveva castano chiaro e riccioluti, eternamente sormontati da un vistosissimo fiocco azzurro che le copriva metà della testa, tanto era grande.
Era molto graziosa ed educata e i maschietti della classe, ricordo, la corteggiavano , se si può usare questo termine riferito a bambini di quattro-cinque anni. La chiamavano sempre per partecipare ai loro giochi e la spingevano sull’altalena con buffo serrvilismo, felici di essere gli artefici della gioia che esplodeva in quegli occhi blù così belli, piazzati al centro di quel visino da bambola di porcellana.
Non sono mai stata gelosa di lei, anche se la mia non si poteva chiamare proprio bellezza…. ero carina, si , occhi grandi, marroni e i capelli neri, lisci e lunghi ed anche io avevo qualche piccola lentiggine sul nasino piccolo a patatina…ero molto intelligente e sveglia ed imparavo all’istante a memoria tutte le poesie che la maestra ci leggeva in classe, dote questa, che un giorno, mi fece guadagnare il posto da protagonista nella recita che avrebbe chiuso l’anno scolastico.
Avrei dovuto interpretare il ruolo di una canterina postina della Val Gardena che era felicissima di vivere in quella splendida terra perché, consegnando la posta agli abitanti della valle, aveva allacciato parecchie amicizie. Un tema semplice per una recita ma, non dimentichiamoci che gli attori avevano non più di quattro anni! Sta di fatto che quando di questo informai mia madre, saltellavo dall’euforia e ricordo che lei, raccontando alle sue amiche di questo mio ruolo da protagonista, si pavoneggiava neanche fossi diventata la Shirley Temple della situazione. Ripeto, erano tempi dove anche una piccola gioia aveva la sua grande importanza per chi aveva tanto sofferto di ogni tipo di privazione, a cominciare dalla libertà di esistere come persona.
La tragedia scoppiò soltanto pochi giorni dopo. Stavo giocando come al solito con Sara, eravamo in giardino, quando la maestra mi chiamò:<< Silvietta, puoi venire un momento in classe che devo dirti una cosa?>> Forse non capii subito quello che stava dicendomi mentre mi offriva una caramella e si sedeva davanti a me in classe….o forse mi rifiutavo di capire, non lo so, so soltanto che, quando uscii da li, un fiume di lacrime mi copriva il viso. Ecco, ero stata rimossa dall’incarico di interpretare la postina nella recita e, destino crudele, quel ruolo lo avrebbero affidato a…Sara. Doppio colpo al cuore, perché in quell’istante la scuola stava piantando il seme dell’invidia e del rancore nell’anima di una ragazzina che fino a quel momento non conosceva che affetto spontaneo e pulito. Mi domandavo….ma perché? Cos’ha lei più di me? Perché lei è adatta ed io no? Si, certo, la maestra mi aveva spiegato che la decisione era stata presa perché Sara aveva gli occhi azzurri ed io no e che quindi era più nordica di me nei lineamenti ma……no, non mi sembrava giusto, ecco! Io ero carina lo stesso, ero intonata, apprendevo subito e ricordavo a memoria ogni battuta della recita….perché lei si ed io no? Tornai in giardino con gli occhi pieni di lacrime e con una rabbia feroce…ricordo che risposi sgarbatamente a Sara per la prima ed unica volta nella mia vita, quando lei, sorridendomi, mi porse quella bambola con cui poco prima stavamo giocando. Ero disperata e delusa a tal punto che quel giorno al refettorio mi rifiutai di mangiare.
Neanche sto a dire quello che provò mia madre nell’apprendere da me quella “tragica” notizia….pianse sentendosi umiliata e si ripromise di chiedere spiegazioni alla direttrice della scuola l’indomani mattina. E lo fece, ma…..a modo suo, da donna energica quale era. Insomma andò a finire che litigò con maestra e direttrice, che però la rassicurarono che nulla era stato fatto ne’ per offendere ne’ per discriminazione sociale in quanto noi persone povere.
Sara evitavo di guardarla, ero arrabbiata con lei, anche se sapevo che era innocente del misfatto, ma in me era più forte il rancore e l’invidia, quindi nei giorni seguenti evitai la sua presenza nei miei giochi e nella mia vita. Non so come ne’ perché ma, dopo appena tre o quattro giorni, spuntò come d’incanto una seconda recita da rappresentare nello stesso giorno dell’altra, ma immediatamente dopo che fosse terminata l’altra.
Mi venne dato il ruolo di protagonista e, anche se ancora delusa e mortificata per quello che era accaduto precedentemente, mi tuffai letteralmente nell’imparare ogni battuta ed ogni canzoncina in cui mi sarei dovuta esibire…..dovevo dimostrare quanto valevo!!
Si sa che l’anima di un bimbo è pura e semplice ed il rancore vero, per fortuna, non lo si conosce, quindi per me fu normale riappacificarmi con Sara da li a pochi giorni, quando ci si ritrovò tutti insieme nel grande salone della scuola per le prove delle recite, che nel frattempo avevano deciso di unificare facendone tutta una, più lunga e articolata.
Devo confessare che la mia amica Sara mi era mancata tantissimo durante la separazione volontaria e ricordo che la guardavo di nascosto mentre lei giocava con altri bambini…ora dopo la pace fatta tutto tornò nella normalità e quindi tornammo a giocare insieme, ridemmo insieme per le solite stupidaggini e naturalmente….riprendemmo ad andare in coppia al bagno della scuola.
Le recite andarono benissimo, fummo applaudite tutte e due e tutte e due ricevemmo un premio….di eguale valore stavolta! Ci eravamo superate, ognuna di noi due aveva tirato fuori il meglio di se stessa, quindi l’esito si sapeva fosse scontato.
Ormai si era quasi in estate e sia io che Sara non andavamo più a scuola, purtroppo però lei abitava un po’ distante da casa mia, non molto in verità ma, essendo piccoline non potevamo certo attraversare la strada da sole e nemmeno obbligare le nostre mamme a non fare i lavori in casa per stare tutto il giorno in strada con noi due per farci stare vicine.
Fu la madre di Sara, la signora Chiara, che ebbe la brillante idea di venire una domenica mattina a casa mia portando con se Sara…in verità lei aveva incontrato mia madre una mattina nell’ ospedale dove lavorava e dove mia madre era andata a far visita ad una sua nipote che aveva avuto un bambino.Conversando tra loro, si erano raccontate che noi bambine non facevamo che parlare una dell’altra e che ci volevamo molto bene e soffrivamo per il solo fatto di non poterci frequentare.
Ecco, era qui ora e si stava commuovendo nel vederci abbracciate e felici …anche mia madre aveva gli occhi lucidi….le nostre mamme si stavano commuovendo per lo stesso motivo e questo quasi ci fece sentire sorelle… io e Sara. Fu un evento bellissimo, la loro visita si protrasse fin quasi all’ora di pranzo, ed io e la mia amica del cuore, stemmo insieme per quasi tre ore consecutive, euforiche e soddisfatte..
Quella fu un’estate stupenda per noi bimbette, perché le nostre mamme ci iscrissero alla stessa colonia estiva della scuola, che prevedeva la partenza da Roma al mattino presto con un pulmino verso il litorale laziale,ad Ostia, ed il rientro alla sera alle 19,00, questo per tutti i giorni della settimana tranne il sabato e la domenica, giorni in cui peraltro ci saremmo viste ugualmente, dal momento che ormai le nostre mamme erano diventate amiche.
Giornate magiche quelle al mare per me e Sara! Ci saziavamo di noi, dei nostri giochi spensierati e di tutto ciò che la natura ci stava offrendo, col suo mare pulito ed il sole che giorno dopo giorno ci colorava d’ambra la carnagione candida che avevamo tutte e due e ci faceva spuntare miliardi di lentiggini sui nostri visetti. Facevamo lunghe passeggiate sulla riva del mare in cerca di conchiglie e ricordo la sorpresa gioiosa che si dipingeva sui nostri visetti quando ne trovavamo un più bella del solito, tanto che la mostravamo ai nostri compagni con malcelata modestia.
Si ora posso dirlo…mai stata più felice di come lo fossi in quei giorni. A quel tempo pensavo solo alle cose belle che la vita mi stava regalando e, visto che in casa per il superfluo non c’era mai denaro, quel trovarmi al mare, divertirmi con i giochi e stare ogni istante con la mia amica del cuore, mi sapeva di miracolo.
Un sabato pomeriggio, zia Chiara (ormai la chiamavo così la mamma di Sara) venne in casa mia e si mise, come al solito, seduta sul vecchio sofà della nonna e, davanti ad un caffè servitole da mia madre, cominciò a piangere, incurante del fatto che mia madre la guardasse sorpresa e preoccupata.
Noi bimbe stavamo giocando in terra dall’altra parte della grande stanza con pentoline e piattini giocattolo, facendo finta di preparare un pranzo per la principessa, che in quel caso era una delle nostre bambole vestita con un abito tutto scintillante. Non capii il loro dialogo vista la distanza tra me e loro due, ma ricordo che ad un certo punto mia madre ebbe un sussulto e mise una mano sulla spalla di zia Chiara, quasi in segno di protezione verso di lei., o forse per infonderle un po’ di coraggio, questo non lo so.
Della verità ne venni a conoscenza soltanto dopo un po di tempo e quasi involontariamente ascoltando un dialogo tra mia nonna e mia madre… seppi così che zia Chiara, quel giorno che piangeva abbracciata a mia madre, da pochi giorni aveva perso la sua mamma che viveva fuori Roma e che l’aveva persa per un malore improvviso, cosa questa che l’aveva lasciata preda allo smarrimento più totale, proprio di quando ci accade qualcosa che ci trova impreparati.
Passò del tempo, Sara ed io sempre più amiche e sempre più partecipi l’una della vita dell’altra, stessa scuola, stessi compagni, stessi interessi e naturalmente ….stesso bagno in cui andare insieme quando ci si trovava a scuola.
Ricordo che un giorno, eravamo gia alle elementari e naturalmente nella stessa classe, Sara mi confidò un suo grandissimo segreto…le piaceva un nostro compagno di classe, Ferranti Stefano, uno spilungone con gli occhi da papera. Questo glielo dissi ridendo e lei andò su tutte le furie e quasi volesse picchiarmi mi disse:<< Occhi da papera Stefano? Silvia tu non capisci nulla di maschi!>> Ma forse lei ne capiva qualcosa a nove anni?…
Non posso che sorridere, pensando a quei nostri dolcissimi e ingenui nove anni…la tenerezza ora mi è quasi d’obbligo!
Noi eravamo così….ci raccontavamo tutto con la spontaneità meravigliosa della nostra fanciullezza, anche le stupidaggini, ogni evento ci rendeva ognuna parte dell’altra, tutto quello che ci circondava valeva la pena dividerlo tra noi due perché avevamo un’intesa invidiabile, come del resto l’abbiamo ancora adesso.
Durante tutto il periodo delle cinque classi elementari, facevamo a gara nell’essere le migliori alunne della classe e ci riuscimmo nel migliore dei modi. I nostri voti infatti erano sempre alti e la direttrice della scuola, a volte, ci perdonava qualche marachella che vista la nostra esuberanza qualche volta commettevamo, come quella volta che, per difendere una nostra amica che era stata picchiata da altre due della classe, buttammo queste ultime due nella fontana coi pesci rossi della scuola. Certo è che non eravamo cattive, anzi, solo che non sopportavamo le angherie e nemmeno i soprusi, quindi…
Ci si stava avvicinando ai famosi anni 60, quelli del boom economico e quindi gia si vedevano le prime automobili utilitarie ed i primi elettrodomestici facevano bella mostra nelle case dove gia si era insediato l’amato televisore, intorno al quale, ogni sera, si riuniva tutta la famiglia per seguirne i programmi. Si, l’Italia stava decisamente risorgendo dalle sue ceneri, proprio come l’Araba Fenice e di fame ce n’era sempre meno in giro.
In casa mia entravano un po più di soldi, mia madre lavorava e papà era sempre lontano ma, da qualche tempo aveva ripreso a mandarci qualche soldino che a noi faceva sempre più comodo, visto che crescevamo a vista d’occhio e i nostri indumenti si facevano piccoli troppo presto.
Cambiammo casa…. mia madre prese in affitto un appartamento in una zona non molto distante da quella dov’ero cresciuta coi miei fratelli e la nonna. Era una bella casa, spaziosa ed arieggiata da balconi che davano su una strada sempre affollata e rumorosa, inoltre avevamo un bagno vero….quello con la vasca da bagno, che quasi consumammo nei primi giorni , magari per il solo fatto di usarlo e goderci delle docce a noi precluse fino a poco tempo prima. Anche mio padre si era ormai fermato a Roma a lavorare e quindi prendemmo i connotati di una famiglia….normale. Insomma, sembrava che ormai il peggio fosse solo una cosa da dimenticare.
Fu poi alle superiori che ebbi del filo da torcere con Sara….la canaglietta s’innamorava sempre di quelli che piacevano anche a me e me li rubava tutti, visto che aveva quegli occhi della serie “se mi guardate vi stendo” Si, era una bella ragazzetta, dolce nei modi e simpaticissima, anche io lo ero, ed anche tanto, solo che gli abiti che indossavo non mi valorizzavano perché erano tutti riciclati da quelli di mia sorella maggiore.
Le più belle pagelle di tutta la scuola l’avevamo io e Sara ed eravamo prese ad esempio da tutti i professori che stravedevano per noi e che spesso ci lodavano per la nostra intelligenza e vitalità sempre così “effervescenti”…il bello è che lo facevano davanti a tutti i nostri compagni che poi non riuscivano a non provare invidia per noi due. A noi non importava questo, eravamo intelligenti, curiose, ci piaceva studiare e stare insieme….tutto qua.
Non che il nostro fosse un rapporto idilliaco, affatto, qualche volta anche tra noi due si litigava magari per una sciocchezza, ma poi dopo solo un paio di giorni di muso lungo si tornava a parlarci. Non sapevamo stare in lite noi due, ci rendeva tristi e non era nel nostro DNA esserlo, la nostra solarità si sprigionava da ogni meandro della nostra pelle e questa forse è stata la dote che sempre ci ha caratterizzate.
Estrose e creative…questo almeno si diceva di noi, e fu così che un giorno, mentre stavamo studiando a casa sua, ci venne un’idea geniale per ricordarci meglio tutti i nomi dei protagonisti del brano di storia. Prendemmo la musica di una canzone nota a tutte e due e sostituimmo le parole del testo con i nomi da ricordare. Fu un successo, ce li stampammo a fuoco nella mente, ma, come è noto, ogni medaglia ha il suo rovescio….la mattina dopo, durante l’interrogazione, sia io, che lei dopo di me, dovemmo intonare le prime note di quella canzone per ricordarci quei nomi. Tutta la classe rise, ma….non la professoressa, dalla quale ci vedemmo decurtare un punto voto… ci affibbiò infatti un otto, invece del nove meritato per il rendimento. Questo ed altri mille episodi buffi o strani hanno costellato il nostro cammino nella scuola e non di meno quello che ci vide turiste nella nostra città, quel giorno che decidemmo di marinare la scuola. Che bella avventura che fu!
A quel tempo andavamo a scuola da sole, avevamo poco più di dodici anni e quella mattina c’era un sole talmente splendente e caldo che sentenziammo che sarebbe stato un peccato rinchiuderci in quelle grigie pareti della classe. La decisione la prendemmo durante il tragitto verso la scuola, mentre mangiucchiavamo qualche biscotto reduce dalla colazione del giorno prima e che era rimasto in tasca al mio grembiule nero col colletto di merletto bianco. Senza neanche pensarci una seconda volta, oltrepassammo il portone della nostra scuola e ci dirigemmo verso il centro storico che distava, da dove eravamo noi, circa trecento metri. Eravamo euforiche e orgogliose per l’atto di coraggio compiuto e nemmeno ci passò per l’anticamera del cervello che poi avremmo dovuto giustificare la nostra assenza a scuola.
:<<Sara, quanti soldi hai in tasca? Io ho solo duecento lire e un pezzo di pizza!>> Sara come al solito era più “ricca” di me:<< Tranquilla Silvia, ho trecento lire ed anche un panino con la cioccolata>> Beh, se non altro avevamo di che sfamarci e per comprarci una bottiglietta di Coca Cola, l’avventura stava iniziando ed io ero felicissima.
Visitammo il Colosseo e poi tutti i monumenti nelle vicinanze, quindi ci facemmo indicare la strada per arrivare alla Fontana Di Trevi. La trovammo che erano gia le tredici circa e decidemmo che appena l’avessimo ammirata bene, saremmo tornate a casa. Purtroppo io da quella sbadata che sono, non mi accorsi che, proprio sotto il bordo della fontana ci stava un cavalletto con una tela che un pittore stava dipingendo….fu un attimo, sia cavalletto che tela finirono in acqua e il pittore furibondo mi afferrò per un braccio talmente con forza che quasi me lo stritolò, minacciandomi di voler essere risarcito del danno subito.
Neanche al cinema una scena così… lui che voleva essere ripagato dell’opera persa e noi che scappavamo impaurite, inseguite da quell’energumeno tutto pieno di schizzi di colore ….nella confusione io persi l’astuccio delle penne, colori ecc, e Sara perse il suo libro di Epica che, essendo voluminoso portava dentro una borsina di tela rossa. Non so quanto corremmo, ma so con certezza che una delle mie scarpe s’aprì davanti come la bocca di alligatore e dovetti togliermela nell’ultimo tratto che ci divideva dalle nostre case. Ci salutammo e tornammo ognuna nella propria e niente si sarebbe saputo, se non fosse stato che l’indomani avremmo dovuto portare la giustificazione dell’assenza dalle lezioni. Insomma…dovemmo dirlo per forza alle nostre madri che….
Beh, lasciamo perdere….la mia mi rifilò due schiaffoni che mi risuonarono in testa come le campane di S.Pietro, invece zia Chiara intervenne sul didietro di Sara, che poverina fece fatica a sedersi per alcuni giorni. Si, eravamo state punite ma….vuoi mettere l’avventura?
Eravamo state complici di un misfatto ma invece di pentirci ne andavamo orgogliose, mai come in quel momento ci eravamo sentite tanto unite.
Ora che sto scrivendo sorrido… mi capita spesso nel rivivere situazioni un po particolari di quando ancora ero una bimba…proprio dell’età che hanno ora i figli dei miei figli.
Forse se quel mio primo giorno d’asilo avessi incontrato una ragazzina più introversa, e non Sara, ora non starei qui a parlare di lei, forse parlerei di altre cose o forse non scriverei nulla che non valga la pena di essere raccontato, ma, anche se al mondo esistono miliardi di persone che meritano di essere raccontate, sono certa che Sara rappresenta ciò che si può definire “un essere speciale”
Certo, avevo fratelli e sorelle con cui andavo molto d’accordo e a loro volevo un bene enorme, ed anche ora gliene voglio un mondo, ma l’amicizia con Sara aveva un sapore unico, lei era la mia confidente, la mia complice….era ed è quello che si chiama..l’altra metà di una medaglia o quantomeno una miriade di complementi di cui io sentivo il bisogno. Per non parlare poi del fatto che scoprii in Sara delle facoltà sensitive. Si, sono certa le avesse, perché altrimenti non si spiega il fatto che, ogni suo sogno, sembrava l’avvertisse di qualcosa che stava per accadere e che puntualmente si avverava. Non dico fosse una maga od una strega, questo sia ben chiaro, ma di certo aveva delle doti quasi premonitrici , di chiaroveggenza e, di questa sua dote ne ebbi conferma parecchie volte.
La scampanellata alla porta della mia casa di quella domenica mattina ce l’ho incollata alle orecchie…Sara che irrompe ai piedi del mio letto e che mi tira via le coperte :<<Svegliati Silvia, alzati che devo darti una notizia fantastica! Svegliatiiiiii… è urgenteeeeee>> Ero ancora intontita dal sonno….era l’alba… appena le otto del mattino di una domenica e dormivo alla grande. Ricordo che lei mi spingeva e quindi, quasi come un automa, varcai la porta della cucina e con ancora gli occhi chiusi mi infilai la tazza del caffellatte in bocca. Dopo alcuni sorsi aprii gli occhi e finalmente “la riconobbi”….
:<< Che hai Sara? Ti ha morso una tarantola o hai visto i dischi volanti???>> Era eccitata, emozionata e le riusciva male persino parlare in modo comprensibile…:<< Silvia, finalmente me lo ha detto, però mica mi sono pronunciata e poi io sono una donna e non sta bene, che ne dici ho fatto bene? Adesso cosa devo fare?>> A dir la verità non avevo capito un niente di niente e, visto che era in confusione, la pregai di calmarsi e di riordinare le idee e solo dopo raccontarmi la “cosa urgente”.che l’aveva autorizzata a buttarmi giù dal letto quella domenica mattina e ad uscire di casa senza neanche un filo di trucco sul viso.
Ormai eravamo grandine, frequentavamo il liceo e la stessa cerchia di amici con i quali si andava a ballare o al mare in estate. Lei era sempre corteggiatissima, tanto che la chiamavano “Sara la fata”, ma anche io lo ero, solo che non avevo appellativi magici!. Di corteggiatori dunque moltissimi ma nessuno che ci interessasse al punto di allacciare una qualsiasi relazione con loro, anche se erano tutti carini ed educati.
Sapevo che a Sara, non era indifferente un ragazzo conosciuto nell’ufficio dove lavorava la cugina e che Lui le lanciava spesso delle occhiatine d’ammirazione. Me lo aveva raccontato un po’ di tempo prima, e da quel primo giorno che lo vide, puntuale come un orologio svizzero, ogni giorno andava a trovare la cugina in ufficio dopo aver finito di studiare con me. Non che avessi dato molta importanza alla cosa, si sa, alle ragazze di sedici-diciassette anni è facile prendere qualche “cottarella” e a dar corpo alle ombre, quindi credevo che dopo un po di tempo si sarebbe stancata. Ora invece Sara stava raccontandomi che Lui l’aveva cercata la sera prima e le aveva fatto una solenne dichiarazione d’amore a cui lei aveva solo replicato:<< Grazie di queste parole Angelo, ma veramente io non sapevo e nemmeno mi ero accorta che tu (bugiarda!) avessi qualche attenzione per me.>> e poi:<< Da parte mia c’è soltanto conoscenza per te (ipocrita) e non so cosa risponderti, devo pensarci…>> Deve pensarci???? Ma se mi ha riempito le meningi tra..”io lo amo Silvia” e poi “<<Silvia, è lui l’uomo per me>>”, per non parlare poi del fatidico…”E’ lui quello che sposerò”…. Quest’ultima frase poi, me l’avrà ripetuta almeno un migliaio di volte negli ultimi tre mesi! Ero quasi sull’orlo dell’esaurimento!
:<< Ah si ? e cosa ti ha detto di preciso?>> Adesso ero curiosa e volevo sapere tutto.
Agguantò una fetta di ciambellone fatto da mia madre e una tazza di caffellatte, si accomodò sulla sedia e cominciò a parlare come un fiume in piena. Parlava, mangiava e sorrideva, ma…non mi nascose neanche una virgola. Seppi così che lui l’aveva accompagnata a casa in auto la sera prima e che, durante il tragitto, si era apertamente dichiarato. Le aveva fatto dei complimenti per la sua bellezza e per il suo modo di esprimersi e che sentiva di amarla profondamente. L’aveva persino sognata qualche volta e nel sogno…la baciava. (cavolo!)
Ero incantata nell’ascoltarla, ero felice per lei, per quella che ritenevo una mia “quasi sorella” e mi accorsi che…due lacrime si spintonavano per scendermi sulle gote.
Fu solo gioia quella che provai, ma anche paura…..il timore che ormai lei avrebbe avuto cose più piacevoli da fare che starsene con me, quindi io avrei perso la sua compagnia.
Previsione tutt’altro che esatta per fortuna. Continuammo a vederci a scuola e a studiare ogni pomeriggio insieme, anche se poi lei il sabato sera e la domenica li dedicava soltanto al suo Angelo, ma questo non mi pesò, perché la vedevo felice e piena di entusiasmo.
I suoi avevano accettato di buon grado questo loro rapporto e di li a poco diedero una festa per il fidanzamento ufficiale dei due ragazzi, festa alla quale, naturalmente, fui la prima ad essere invitata e alla quale partecipai con immensa gioia.
Quell’invito lo ricambiai da li a poco. Infatti dopo solo pochi mesi anche io incontrai quello che oggi è mio marito da trentasei anni. Oggi è un uomo di sessanta anni, un bell’uomo tutto sommato, ma all’epoca era veramente quello che si dice un bel fusto! (a Roma si dice così).
Ci conoscemmo quasi per caso durante una gita al lago di Nemi che io feci con due mie colleghe….lui era li, carino, giovane e...beh, insomma...a tutt’oggi sta ancora qui con me,
sembra anche che non si sia stancato, malgrado i quattro figli nati dal matrimonio.
Quell’anno del fidanzamento di Sara trascorse senza troppi cambiamenti tra noi due, poi l’anno successivo fu quello della maturità, di conseguenza l’impegno in vista degli esami si era fatto più oneroso, ma noi due, dando fondo a tutte le nostre risorse intellettive e al bagaglio culturale fin li acquisito , ci meritammo una votazione di 60/60 netti. Si, eravamo state proprio brave! Ricordo benissimo l’abbraccio che ci unì quel giorno e alle lacrime di felicità che versammo…per non contare quelle di felicità dei nostri ragazzi che ora non si trovavano più relegati al confino, visto che per studiare con calma , li avevamo quasi dimenticati.!!
Al periodo liceale ne seguì uno un po’ altalenante, perché ognuna di noi prese un indirizzo diverso...lei sempre più fidanzata con il suo amato Angelo trovò lavoro come segretaria nell’ufficio di un organismo americano, io invece, sempre inseparabile da Enrico (si chiama così mio marito), un lavoro come archivista nella Biblioteca Comunale. Malgrado i diversi impegni di lavoro continuammo a vederci, così come le nostre mamme, che erano restate ottime amiche e comunque sempre in contatto tra di loro.
Per un certo periodo, ebbi fasce d’orario massacranti, lavorando anche dieci- undici ore al giorno, per cui dovetti, mio malgrado, diradare anche i miei incontri con Sara e Angelo, per cui tornando a casa la sera tardi, non ebbi modo di sapere che suo padre si era ammalato e nemmeno lei mi aveva informata di questo…Non ne capivo il perché, tuttavia la chiamai una mattina come al solito, se fu presentimento non lo so, so soltanto che in quel momento qualcosa mi diceva di chiamare, lo feci… l’irreparabile era gia accaduto … proprio la sera prima, Sara aveva perduto il padre…
Non la lasciai sola neanche per un giorno dopo l’accaduto, ogni attimo che avevo libero lo dedicavo a lei, sentivo che ne aveva un estremo bisogno.Quello, per lei, fu un periodo tragico, era intrattabile e molto dura nel comportamento, talmente duro che…perse anche la fede nel Signore. Era arrabbiata, ed era comprensibile, del resto, lei era stata attaccatissima al padre e questa tragedia l’aveva sconvolta profondamente, rendendola totalmente diversa da quella ragazza tanto cordiale ed affabile quale era. Non accettava la realtà, questo è, quindi si era trincerata dentro una scorza di cemento armato, forse la faceva sentire protetta da quel qualcosa che più temeva …il dolore straziante dell’anima, quello che ti coglie impreparata quando accade una cosa del genere….Si, Sara non era a conoscenza della malattia del padre perchè la madre, forse per un eccesso di protezione, glielo aveva taciuto. Ecco spiegato il motivo del suo silenzio con me sulla malattia …Sara ne era all’oscuro.
Fui comunque fortunata che anche Enrico, da persona sensibile quale era, mi diede una mano e per un lungo periodo di tempo, si relegò spontaneamente al ruolo di riserva nei miei confronti, per permettermi di stare più tempo con la mia amica. Ormai eravamo un quartetto molto affiatato e, col passare del tempo, che si sa rimargina molte ferite, anche Sara riacquistò la sua naturale serenità, magari sempre leggermente velata di tristezza, ma pur sempre un qualcosa che somigliava alla serena rassegnazione.
A volte, ripensando a quei tempi, mi chiedo se anche ad altri è capitato di allacciare un’amicizia da bambini e poi d’averci camminato insieme per tutta una vita. Certo è che a me era accaduto e di questo non ringrazierò mai abbastanza il Signore, perché quando questo accade, è come se si avesse una opportunità in più, una mano in più, per affrontare ogni ostacolo che si potrebbe incontrare durante il corso della vita
Tuttavia, da quei giorni pieni di angoscia, passò del tempo, durante il quale ci dividemmo tra il lavoro e la nostra stabile amicizia. Zia Chiara veniva spesso a casa mia, specie la domenica e quando stavamo tutti insieme a tavola, era una gioia che si protraeva fino a pomeriggio inoltrato, perché ci raccontavamo tutto quello che ci era accaduto durante la settimana e non mancavano gli aneddoti o le barzellette che il più delle volte erano i nostri ragazzi a raccontare. Ricordo che una volta raccontai di quello che mi era accaduto sul posto di lavoro e del volo dalla scala che fece la mia collega Anna per acchiappare un libro che le era sfuggito di mano mentre lo inseriva nello scaffale e della sua inevitabile caduta, per fortuna evitata, perché lei si aggrappò ad uno dei lampadari della sala dondolandosi come Tarzan su di una liana nella jungla!
Si era ormai alla fine degli anni 60 e, sia io che Sara, stavamo per prendere una decisione molto importante….quella di sposarci coi nostri ragazzi.
Si, eravamo molto giovani , ma eravamo talmente innamorate, che nel matrimonio vedevamo la meta dei nostri desideri. Ce lo confidammo una sera che eravamo andate al cinema tutti e quattro insieme. :<< Sai Silvia, credo che io e Angelo presto ci sposeremo, quindi preparati, perché sarai naturalmente tu la nostra damigella d’onore.>> Scoppiai a ridere e con me anche Enrico….come avremmo fatto ora a dirle che anche noi due volevamo sposarci al più presto e che stavamo per informarli da li a minuti? Da non crederci!! Naturalmente spiegai il motivo delle risate, visto che mi guardava allibita, quindi iniziammo a far progetti per far si che le date si trovassero un po’ distanti tra loro. Non ricordo per quale motivo, ma la prima data fu la mia, quindi ci accordammo sul fatto che il mio ruolo nel loro matrimonio sarebbe cambiato, anziché damigella sarei stata testimone, ma naturalmente lei damigella d’onore al mio…
Quella mattina dell’Aprile ’70 la vidi arrivare a casa mia alle otto, anche se il mio matrimonio sarebbe stato alle undici e mezza. Credo che nessuna damigella possa catapultarsi in casa della sposa con un borsone e con i bigodini in testa nascosti da un foulard….Sara lo fece, Sara era anche questo! Le aprii la porta e quasi mi venne un colpo appena la vidi…aveva gli occhi di chi non aveva conosciuto il cuscino quella notte, e neanche lo specchio credo avesse guardato prima di uscire di casa! Se qualcuno ci avesse viste in quell’attimo avrebbe creduto che la sposa fosse lei, tanta l’emozione che le si leggeva sul viso. L’abbracciai e ci sedemmo davanti ad un caffè fumante e a dei biscotti al miele , cominciammo a parlare e le chiesi il motivo di quella sua levataccia, lei semplicemente disse”<< Volevo starti vicina in questo momento!>>, Sorridendo le risposi che non andavo mica in guerra e nemmeno alla fucilazione! Scoppiò a piangere copiosamente, era distrutta da una notte insonne ed in più ….era allergica a tutti quei fiori che inondavano casa mia (questo mi disse)…mi misi a ridere, cos’altro potevo fare? Nulla , e poi si stava facendo tardi, stava per arrivare il fotografo e noi avevamo mille cose da fare ancora.
Tra sarta, parrucchiere e lei nella mia stanza, non ci si muoveva, ma, mentre io indossavo il mio stupendo abito da sposa con il velo che formava intorno a me una nuvola candida, lei indossò il suo abito….un sogno! Era azzurro cielo, tempestato di cristalli trasparenti e con un giacchino d’organza trasparente, con scarpe, borsa e acconciatura fatte dello stesso tessuto e ricamate come l’abito. Era uno schianto!!! Bellissima! Glielo dissi ma….mentre lo stavo facendo, forse si rese conto di come ero vestita e….beh, insomma, dovette ritoccarsi il trucco.
Foto, pose, papà, mamma, fratelli….insomma una baraonda come può esserci in ogni casa in cui ci sia una sposa.Baciai mio padre che gonfio di orgoglio mi sorrideva e sottobraccio a lui, scendemmo le scale e ci avviammo verso la macchina che ci attendeva….
Di tutta la cerimonia del mio matrimonio non ricordo assolutamente nulla, tranne di un particolare che fece ridere tutti…..Alla domanda “vuoi tu Silvia ecc prendere come legittimo sposo il qui presente Enrico ecc..”? ricordo che guardai negli occhi Sara, ma non in modo interrogativo, la guardai perché quello era il momento più importante della mia vita, lei era la mia damigella ed anche la mia amica più intima e le volevo un gran bene. Tutti però credettero che io le stessi chiedendo l’approvazione al mio si, infatti risero da matti. Beh, lei per fortuna sorridendo fece un cenno d’assenso!….E meno male!
Ricevimento, canti e balli e poi…il lancio del mio bouquet di mughetti a lei, a Sara….e a chi altrimenti?
Ci sentimmo al telefono durante la mia breve luna di miele, lei era impaziente di rivedermi ed anche io lo ero, ma ci sapevamo felici e questo bastava a renderci serene.
Trovai lei ed Angelo sotto il portone della mia casa ad attenderci al nostro rientro a Roma… aveva gia organizzato tutto: cena in pizzeria, passeggiata e relativo gelatone in una famosissima gelateria del centro… voleva sapere tutti i particolari del viaggio di nozze e di come ci eravamo trovati fuori dalla nostra città e naturalmente i dettagli di ogni posto visitato.
Insomma Sara era così, semplice , spontanea e sinceramente amorevole, quindi non mi meravigliavo più di tanto quando si comportava in un certo modo, l’adoravo per quella persona speciale che era, interioriormente stracolma di valori, tali d’arricchire chi le si avvicinava.
Al suo matrimonio ero col pancione, aspettavo infatti il primo dei miei quattro figli, che si rivelò poi una femminuccia. Ero impaziente di vederla nel suo abito nuziale e di essere la sua testimone. e mi toccò la stessa agitazione che provò Sara il giorno del mio matrimonio.
Ero in casa sua quella mattina e piansi, appena la vidi pronta per uscire di casa sottobbraccio al fratello del padre che, orgoglioso, la guardava con gli occhi umidi di commozione, la stessa che era dipinta sui volti di chi la conosceva bene, di chi in lei vedeva una persona da amare.
Sara era un sogno quel giorno, sembrava uscita da una favola! Era raggiante e avvolta in una nuvola d’organza tempestata di piccolissime strass che la facevano sembrare vestita di stelle…. Brillava ad ogni suo più piccolo movimento ed inoltre lei sembrava camminasse su di un tappeto di soffice schiuma, tanta era la leggerezza e l’eleganza del suo incedere.
Avevamo fatto per giorni il giro di Roma per trovare quel tessuto, visitato decine di negozi specializzati in tessuti pregiati e ricordo che la sera, quando rincasavamo, avevamo i piedi talmente gonfi, che non ne volevano sapere neanche di entrare nelle pantofole.
Zia Chiara pianse durante tutto il tempo della cerimonia ed era più che normale per una donna che, forse solo in quel momento, si rendeva conto di quanto sua figlia fosse cresciuta, ma forse pensava anche al fatto che la sua casa sarebbe stata ancora più vuota, cosa di cui aveva gia sofferto una prima volta quando suo marito l’aveva lasciata per andarsene in Paradiso.
Adesso la vedeva la, col suo splendido abito, al braccio di suo marito che sperava, quantomeno, l’avesse resa felice come meritava.
Ecco, ora eravamo sposate tutte e due, ricordo che pensai appena le vidi la vera al dito… certo ne avevamo passato del tempo insieme, io e lei, eravamo passate dalla fanciullezza
all’ età adulta e tutti quegli anni erano volati…e lo avevano fatto nel modo migliore.
Si sa che poi la vita matrimoniale cambia radicalmente il bioritmo di una persona, cambia il modo di vivere, la quotidianità ha un andamento diverso, per cui è normalissimo che, certe cose che si facevano prima del matrimonio, non si ha il tempo di farle ancora o quantomeno si fanno in modo diverso.
Ci sentivamo quasi tutti i giorni, io e Sara, ci raccontavamo ogni avvenimento che ci sembrava fosse di rilevanza e poi qualche volta stavamo una a cena dall’altra, quando gli impegni di lavoro e familiari ce lo permettevano. Insomma, la nostra intesa era sempre ottima e la nostra amicizia sempre più salda, solo la frequentazione era diminuita, ma di questo non ci siamo mai date pensiero, ci volevamo un gran bene e questo ci faceva accettare tutto quello che la vita ci stava offrendo.
La mia primogenita nacque che era l’alba.
Chiamai mia madre quella notte alle quattro e lei subito era volata a casa mia insieme a due miei fratelli e a mia sorella e, vista la situazione, mi aveva portata in ospedale. Solo che, da donna energica quale era e visto che lei stessa ne aveva avuti sette di figli, minimizzava l’intensità dei miei dolori da parto e mi ripeteva:<< devi star calma Silvia, quelli forti arriveranno dopo, questi sono quelli leggeri…c’è tempo.>> Oh Signore!!!! Mi sentivo morire e lei diceva che erano leggeri e che doveva passare molto tempo!!! Non capivo allora che lei lo stava dicendo per non mettermi in ansia del parto imminente….
Per fortuna ci pensò mio marito, che era bianco come un panno lavato ed inebetito per l’occasione, ad avvisare Sara e Angelo che arrivarono da lì a poco. Enrico sapeva che Lei voleva essere presente qualora l’evento fosse stato prossimo a compiersi.
Appena Sara vide la bimba la sola cosa che seppe dire fu :<< finalmente sono zia anche io e, sai una cosa Silvia? Questa bimba mi ricorda quel visetto che stava rincantucciato sotto un banchino dell’asilo tanti anni fa!!!>> Piangemmo abbracciandoci.
A questo, seguì un periodo a raffica di pancioni, pannolini, pappette e biberon. In pochissimi anni io e lei sfornammo ben tre figli ciascuna, a distanza ravvicinata uno dall’altro.
Si può dire che crebbero tutti e sei insieme e questa fu una cosa che ci diede da fare parecchio… avevamo la casa sempre inondata di giochi seggioloni e passeggini… una vera nidiata!!! Se ripenso alle nostre gite di allora mi si rizzano i capelli….sembravamo l’Armata Brancaleone che va in vacanza! Biciclette, passeggini, palloni e naturalmente biberon per i più piccoli con relativo borsone per le varie alimentazioni e di certo non poteva mancare la borsa degli indumenti da cambiare ai bimbi se necessario. Insomma….un normale trasloco!
Come si possono dimenticare quei giorni? E’ impossibile! Come non potrei dimenticare l’espressione di Sara quando, a otto anni dalla mia terza, le dissi che aspettavo felicemente il quarto figlio. A parte il fatto che mi diede della pazza, il bello era che non ci credeva! Dovetti ripeterglielo più volte per convincerla, alla fine mi disse che allora era certa di una cosa sola….ero pazza e anche furiosa! Solo che…..il pomeriggio seguente si presentò sorridente a casa mia con un paio di scarpine da neonato appena comprate….:<< queste per iniziare il nuovo corredino>> mi disse, ed aggiunse…:<< però stavolta cerca di partorire di mattina sul tardi, almeno i bambini staranno a scuola>> Rideva…io più di lei! Dovevo anche partorire a comando…ad orario!!! Da non credere!
Eppure accadde proprio così, il mio quarto figlio venne alla luce di mattina alle 9,30, solo che stavolta volli solo lei li con me….e poi ormai io ero pratica di sale parto!
Sono passati 24 anni da quel giorno e le nostre famiglie si sono ingrandite. Sempre amiche e sempre affettuose ogni volta che ci incontriamo o ci telefoniamo, ma soprattutto i nostri figli sono molto amici ed hanno i loro bambini quasi della stessa età. Ai nostri figli abbiamo insegnato il valore dell’amicizia vera e di quanto sia meraviglioso poter contare sempre su persone che fanno della loro generosità la tua stessa ricchezza interiore. Con Sara abbiamo superato insieme anche la morte delle nostre mamme, ci siamo confortate con l’amabilità di sempre e sempre porgendo la propria spalla al momento del bisogno dell’altra. È bello trovarsi nel cuore di una persona che non ha nulla da chiederti se non affetto sincero, quell’affetto che traspare ogni qualvolta che il proprio sguardo si posa sui suoi occhi. Sono certa che ogni essere umano custodisca dentro di se un bagaglio di impulsi di ogni genere e che senta il bisogno di esternarli con la persona giusta, e da questa riceverne l’arricchimento ai propri, siano questi amore , amicizia o altro. Sara ed io ci siamo completate anche senza averne studiato le modalità.
A volte ci si sorprende nel fare un bilancio del proprio vissuto, mettendo a confronto sia i risultati positivi che quelli negativi…credo siano in molti a farlo questo, e non sempre con l’autocritica più onesta.
Il mio bilancio non è attualmente a mio favore, troppi dolori compensati da una minor quantità di gioie, troppe delusioni al confronto di pochissimi successi. Sara è uno di questi successi, che gratifica la mia vita di donna, la mia anima onesta e sincera. Ha rappresentato, e rappresenta ancora oggi, un concentrato di verità spirituali, un’anima ricca di generosità e amore disinteressato. Ho voluto scrivere di lei e di me, sorvolando di proposito le altre persone care della nostra vita, hanno si, la loro importanza e non voglio togliere loro nessun merito, ma lo scopo per cui sto scrivendo è solo uno…. ringraziare il cielo per avermi fatto incontrare, in una mattina di cinquant’anni fa, una bambina di nome Sara. E grazie anche a te Sara, per avermi impreziosita della tua presenza nel cammino dei miei anni.