CHIARO DI LUNA

 

Sono già tre settimane che esco con Giovanna.

E' stato amore a prima vista, uno di quegli incontri che speri durino tutta una vita. Difficile dire che cosa ci ha spinti l'uno verso l'altra in modo così inspiegabilmente improvviso, ma anche tenero e sensuale. Mai ci era capitata una cosa del genere nelle nostre vite affettive precedenti; siamo stati spiazzati entrambi da un vortice di passione assolutamente nuovo. Questione di pelle, forse di odore, sicuramente di grande complicità.

Stasera abbiamo preso una strada di campagna, con la macchina, e, dopo aver imboccato un sentierino,  ci siamo fermati ai margini di un prato. La calda serata di luglio sta facendo il resto. Siamo stesi su un plaid a guardare le stelle, le nuvole bianche e lente che disegnano evoluzioni in un cielo rischiarato dalla luna. La sicurezza della completa solitudine ci rende coraggiosi e, senza esitare, ci spogliamo dei vestiti. La leggerissima brezza accarezza la nostra pelle, solleticando gli istinti riproduttivi più nascosti. Avvinghiati in un abbraccio che toglie il fiato, le mordicchio un orecchio, le piace, lo so. Lei allora prende un mio dito tra le labbra e comincia a succhiarlo, io mordo più forte e, anche lei segue questa escalation di passione. Le addento l'orecchio così forte che lei emette un gridolino e affonda i suoi denti sul mio indice. Dopo qualche istante mastico il suo lobo e lei una mia falange. Maledetta luna piena!!!

 

PRIGIONIERO DEL TEMPO                     

 

Sabbia, solo sabbia, immense dune di sabbia. Non vedeva altro.

La borraccia che gli pendeva da un fianco era quasi vuota. Si girò per vedere le impronte dei suoi piedi: erano una striscia che si perdeva dietro l'ultima montagna di sabbia, come quelle che lasciano gli scarafaggi; solo decisamente più grandi. Non tirava un alito di vento e tutto era calmissimo, imperturbabilmente quieto.

Mosse qualche passo in avanti, più che altro arrancò. Secondo la sua cognizione del tempo doveva mancare poco.

Fece ancora un dozzina di passi e vide che la sabbia sotto i suoi piedi cominciava a muoversi. Ci siamo, pensò. Di lì a qualche secondo il segno di una voragine si fece più nitido, e la sabbia cominciò a mancargli da sotto i piedi. Cercò di tirarsi fuori da quel gorgo che lo stava attirando, ma più cercava scampo, più scivolava giù. Venne inghiottito.

Per lunghissimi attimi non capi più dove fosse l'alto, il basso, la destra o la sinistra, era sballottato dalla sabbia. Poi, per l'ennesima volta, si ritrovò nell'ampolla inferiore della clessidra.

 

LA FINE DELL'INFANZIA

 

 

Il rumore della gente che rideva e scherzava accese la sua curiosità. Si affacciò sull'uscio di casa e vide tante persone che assiepavano i lati della strada.

Si avvicinò e, sfruttando la sua piccola statura, riuscì a farsi largo fino al ciglio della carreggiata.

Oggi compiva sette anni e ciò che vide non lo dimenticò per tutta la vita. Con un gran sorriso dipinto sul volto capì che, finalmente, era arrivato il circo. Era la prima volta che assisteva ad una simile sfilata di animali e si disse che nulla al mondo gli avrebbe impedito di vedere lo spettacolo.

Zebre, elefanti, giraffe, cavalli, scimpanzè, alligatori, una varietà incredibile!

Si intrufolò nel corteo e fece un po' di strada vicino a due struzzi dalle folte piume e dal collo lungo e magro. Poi ritornò tra la folla, accarezzando il pensiero dell'indomani, quando avrebbe visto ciò che queste bestie sapevano fare.

Gli animali, intanto,  mentre il bambino era immerso nei suoi sogni, appena fuori dalla città, salirono su una gigantesca barca di legno e la sera stessa iniziò a piovere.

 

                                                  

SUICIDA                       

 

Sono sull'orlo di questo cornicione ormai da dieci minuti, incerto se lanciarmi, senza che ancora nessuno si sia accorto di me  o, peggio, ( cinismo o miopia? ) abbia dato in qualche modo segno di essersene accorto.

Non mi sembra il caso di spiegare i motivi che mi hanno spinto fin qui… il fallimento di un'esistenza, il senso di inutilità, le incomprensioni con la mia compagna… o forse nulla di tutto ciò. Il tragico è proprio qui, il non sapere, in fondo, cosa realmente ha lavorato in silenzio, ma alacremente, dentro di me per tutto questo tempo.

Saranno forse trenta metri da qui al selciato, ma non è che la cosa mi impressioni poi tanto, anzi, a dire il vero, non me ne importa nulla.

E' terribile, ma a ben pensarci, non riuscirei a dire di che cosa  poi in realtà mi importi… non vorrei che la causa fosse proprio questa atarassia, non voluta, che da dodici minuti mi tiene inchiodato qui, incerto sul da farsi.

Incerto se mantenere questo mio isolamento o se, invece, buttarmi giù fin sull'asfalto della piazza, non più identificabile, ma confuso fra centinaia di altri piccioni grigi.

 

CENERENTOLA                            

 

Era bellissima, i capelli corti e nerissimi sul corpo snello e sodo; stava vicino alla parete scrostata di quella lurida bottega, fuori città.

La vidi subito, appena entrai; i nostri sguardi si incontrarono per un attimo e mi parve di leggere nel suo quasi una preghiera, una disperata richiesta d'aiuto.

- Portami con te, portami via da questo posto! -

- Che vuoi, amico? - la voce del padrone mi scosse.

Era un uomo piccolo e grasso, la fronte imperlata di un sudore certo perenne, la camicia, un tempo bianca, portava i segni di settimane lontana dall'acqua.

- Allora, amico, cosa vuoi? -

- Vorrei… - balbettai.

Mi voltai ancora verso di lei; mi parve ancora più bella, alla mercé di quell'uomo disgustoso, certo destinata alle mansioni più umili.

- … vorrei… - presi coraggio e la voce mi uscì più forte e nitida.

- … vorrei quella scopa lì, quella nera. -

                                              

IL CANARONE                      

 

 

L'aveva portato lo zio Graio dal suo ultimo viaggio in Amazzonia; era dentro una gabbietta minuscola e, sulle prime, ci parve una pallina di lana gialla. Poi la pallina emise una specie di pigolio sommesso, sembrò muoversi e apparve un beccuccio roseo, grande meno di un'unghia.

Lo zio neppure ne conosceva il nome. L'aveva comprato d'impulso ad una fiera di indios, per farci un regalo: lo chiamammo Canarino.

Canarino mangiava una volta al giorno, praticamente sempre alla stessa ora, con puntuale regolarità, ed il momento della richiesta del cibo era il solo in cui faceva sentire la sua voce: un unico, nitido "cip"; il resto del tempo dormiva. Sempre.

Ma, nonostante non fosse di grande compagnia, Canarino aveva conquistato tutti, in casa: me, i miei tre figli, mia suocera; l'unica che gli resisteva e non partecipava alla quotidiana e scherzosa gara per portargli il cibo, era mia  moglie.

- E' un uccello strano… fin da ragazzina diffidavo degli uccelli strani, e questo è forse il più strano… - era solita dire.

Canarino cresceva. Gli avevamo comperato una gabbia più grande e la razione giornaliera di cibo andava progressivamente aumentando, così come il volume del suo "cip".

Il bello era che non si riusciva assolutamente a sapere che razza di volatile fosse. Non era classificato in nessun testo e anche il professor Càllaca, insegnante di scienze di mio figlio Puppo e noto appassionato ornitologo, non aveva potuto fare altro, non senza malcelato imbarazzo, che stringersi nelle non ampie spalle.

Zio Graio, partito per uno dei suoi viaggi livingstoniani, era irreperibile ormai da mesi.

Devo ammettere che in casa si era creato un clima un po' teso: Canarino, infatti, sembrava non voler smettere di crescere. Aveva, inoltre, Abbandonato l'usuale alimentazione vegetariana per  dedicarsi alla carne: chili di carne che esigeva quotidianamente con "CIP" sempre più baritonali, e che faceva a brani con un becco divenuto un'arma impropria e che divorava con voracità leonina, per poi sprofondare nel consueto sonno di pietra.

Mia suocera lo sognava di notte, mentre veleggiava nel cielo come una mongolfiera, coprendo la luna come per un'eclissi. Mia moglie non voleva più che i ragazzi entrassero nella stanza di Canarino (occorreva quasi un'intera camera, adattata a gabbia) e si lagnava per i costi sovrumani che dovevamo sopportare per nutrirlo.

Io no. Io ero come soggiogato dal pennuto, quella enorme massa gialla esercitava su di me un potere strano, magnetico, ero quasi…

- Plagiato! - ecco come disse mia moglie , il giorno in cui, sull'orlo di un esaurimento, prese madre e figli e si trasferì da sua sorella Iole, fuori città.

Non avevo più un lavoro. Mi avevano cacciato per scarso rendimento.

- Non è più lei, Fornari, ci spiace, ma così non ci serve più… si curi, si riposi… -

Ero ormai senza più una lira, avevo arricchito i macellai del quartiere ed ora, i dannati, non mi facevano più credito.

Casa mia era un porcile, il frigo vuoto. Non mangiavo più, restavo seduto per ore in poltrona, attendendo solo il "Cip!!!" di Canarino.

Da tre giorni non riuscivo più a dargli da mangiare ed il suo "CINGUETTIO" , sempre unico, stava diventando via via più forte, profondo e mi pareva minaccioso…

Da otto giorni non mangiava e da due non lo sentivo più.

L'angoscia per la possibile morte dell'uccello si mescolava con il desiderio di tornare, forse, alla vita normale.

Mi alzai, lento, anch'io non avevo più forze. Mi avvicinai alla porta della camera-gabbia, la socchiusi.

Canarino era immobile dietro le sbarre, non respirava più. Non sapevo se piangere o urlare all'impazzata per scaricare la tensione. Non avevo la più pallida idea di come fare a portarlo via, non sapevo neppure se sarebbe passato dall'apertura della… gabbia.

La aprii con lentezza quasi religiosa, forse un ultimo, assurdo segno di rispetto per il cadavere del mio tiranno.

E fu in quel preciso istante che scoprii che Canarino, oltre che mangiare e dormire, sapeva anche pazientare… e fingere.